La Nuova Sardegna

Con i Train to Roots lungo i sentieri del pianeta reggae

di Luigi Carta
Con i Train to Roots lungo i sentieri del pianeta reggae

Grande pubblico a Sassari per il concerto della band Venti brani tutti tratti dall’ultimo album, “Growing”

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SASSARI. Quello dei “Train to Roots” non è un concerto cui assistere comodamente seduti in poltrona, perché sicuramente dopo un po' il piedino comincerebbe inesorabilmente a tenere il ritmo, e in men che non si dica ci si ritroverebbe in piedi a ballare o quanto meno, (i più pigri), a saltellare, cosa che il pubblico numeroso in Piazza d'Italia venerdì sera ha fatto, senza lesinare energie, per tutti i novanta minuti abbondanti di esibizione della band.

Quando alle 22 partono le prime note dell'intro si ha l'impressione di stare per assistere ad un classico concerto rock.La smentita arriva immediatamente con “Africans”, estratto dall’ ultimo recentissimo “Growing” che conferma, caso mai ce ne fosse ancora bisogno, che i “Train to Roots” sono indiscutibilmente un gruppo reggae, e senza ombra di dubbio uno dei più significativi dell'intero panorama nazionale e non solo: i sette musicisti stanno infatti consolidando sempre maggiormente, e, aggiungerei, meritatamente, la propria notorietà su tutto il nostro continente sia attraverso importanti collaborazioni, sia attraverso una serie di concerti che li ha visti esibirsi ultimamente in Germania ed in terra spagnola e che li vedrà impegnati nelle prossime settimane in Italia ed ancora in giro per l'Europa.

I venti brani proposti, tutti di spiccata matrice “black” ma indubbiamente capaci di soddisfare i gusti più disparati ed i palati più esigenti, ti trasportano lungo un viaggio che dal reggae più classico, ma mai banale, ti conduce sino a sonorità anche vicine a certo hip hop attraverso atmosfere a tratti anche venate di rock and roll, con studiata alternanza di momenti carichi di tensione con altri più leggeri e per qualche verso più riflessivi nei quali la fanno sempre da padrona le decise linee di basso a cura del roccioso Simone “D-Docta” Bardi, ottimamente supportate dall'essenziale ma non per questo meno efficace drumming prodotto dai “legni” del preciso Carlo “Groover” Pippia.

Su questo poggiano le note prodotte dall'immancabile ed incessante andatura “in levare” delle sei corde, egregiamente manovrate da Stefano “Stiv” Manai e Giampaolo “Jambo” Bolelli.

Condisce il tutto un gran bel lavorio prodotto dai tasti bianchi e neri dietro ai quali opera incessantemente e sapientemente l'abile Antonio “PapanTò” Leardi che, fungendo da collante tra i singoli elementi, completa il substrato nel quale trova terreno fertile l'alternanza delle vocalità degli instancabili Michele “Rootsman I” Mulas e Simone “Bujumannu” Pireddu che per tutto il tempo tengono viva l'attenzione e la tensione del pubblico.

La scaletta ascoltata venerdì sera, nella quale, (fatto assolutamente non scontato), hanno trovato spazio esclusivamente brani originali cantati indifferentemente in italiano, in lingua sarda o in quella inglese, ha trattato temi che spaziano dal politico all'emigrazione, (“Who”), dall'amore classico a quello per i bimbi, (“Aprile”), sui quali sono riposte le speranze in un futuro che tutti ci auguriamo migliore del tempo presente, un futuro che voglio immaginare per i “Train to Roots” sempre più colmo di successi e soddisfazioni.

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