Enrico Costa segreto: l’album dell’ozio di uno scrittore geniale
Il testo originale è ora di proprietà della biblioteca universitaria di Sassari
SASSARI. Lo scrittore più popolare della Sardegna fra Ottocento e Novecento (fatta eccezione per la Deledda, che pure lo considerava suo maestro, e per Sebastiano Satta, venerato nel suo tempo come il vate del popolo sardo) fu Enrico Costa. "Scrittore" è la definizione che gli si addice di più, insieme a quella di poligrafo, termine colto per dire di uno che scrive di tante cose, o meglio ancora che frequenta molti generi letterari. A me piace più "scrittore", perché di tutte le passioni che Costa ebbe certo la più intensa, praticata quotidianamente, fu la scrittura, cioè l'esercizio fondamentalmente costituito dal passaggio del pensiero dalla mente alla carta. Mi pare che la riprova ulteriore sia questo "Album delle ore d'ozio", uno dei tanti inediti della sua vastissima produzione, che ora l'editrice Mediando di Simonetta Castia pubblica in una edizione di grande attrattiva che riproduce pari pari, in lettere, colori, disegni e fantasie, questo straordinario passatempo di Costa (l'originale, dopo lunghe peregrinazioni, è ora di proprietà della Biblioteca universitaria di Sassari).
Il genere letterario "album" era molto di casa nelle case degli uomini (e anche delle signore) che avevano un minimo di attenzione tanto alle relazioni sociali quanto al gusto del "riempimento" delle ore libere con questi raffinati e liberi giochi di fantasia che venivano affidati, appunto, agli album, normalmente esposti su qualche mobile delle zone nobili della casa, dove gli amici e i visitatori potevano vederli, trovarci qualche battuta o qualche complimento per loro, leggervi e magari anche lasciarvi qualche verso. Il libro ha una molto bella prefazione di Paolo Cau, che siccome è direttore dell'Archivio storico del Comune di Sassari è un po' il successore quasi diretto di Costa, e una interessante postfazione di Caterina Virdis Limentani sui modelli dei disegni e delle immagini (un fil rouge tutto francese).
L'Album, peraltro, è leggermente fuori dalla qualifica di esercizio delle ore libere. Costa veniva da un’ infanzia di terribile povertà: il padre fallito come impresario teatrale e costretto a trasferirsi a Cagliari dove morì a meno di quarant'anni, la vita stessa della famiglia affidata a un forno gestito dalla madre, col bambino Costa che attraversava all'alba le vie di Cagliari deserte per portare il pane fresco ai clienti (c'è nell'Album un disegno con Rafaello Sanzio e la sua "Fornarina" che è forse un silenzioso ricordo della "povera" fornarina che fu la madre). Rimandato a Sassari, qui a quattordici anni, nel 1855, l'anno del grande colera, vide morire zii e gente di casa. E sempre a Sassari Enrichetto (come lo chiamavano) frequentò le scuole soltanto sino alla terza elementare, compagno e antagonista di Salvatore Farina, ma formidabile autodidatta e anche apprendista pittore alla scuola d'un frate di Santa Maria e impiegato a 25 anni nella Banca Nazionale, la prima delle banche dove avrebbe lavorato sino al 1891, conoscendo, alla fine della carriera, i drammi prodotti dal grande crack bancario sardo del 1887 e trovandosi chiamato a rispondere davanti ai giudici del suo ruolo di amministratore. Va detto che di questo Costa che dai primi lavori precari e dal primo impiego a 1000 lire l'anno arriva alla responsabilità di direttore a 4000 lire l'anno più regolari benefit non è che sapessimo molto: ma ora nella sua prefazione Paolo Cau ricostruisce la carriera pezzo per pezzo (e paga per paga) con una precisione e una quantità di dettagli che già fanno onore alla sua passione di storico (c'è una curiosità che non manca di colpire: quando fu impiegato nella Banca Commerciale Sarda fu lui a disegnarne le banconote e i certificati azionari, illuminati dalle immagini di Amsicora e di Azuni – se posso citare un caso personale, quando le vidi appena tolte dal caveau del Banco di Sardegna, mi piacquero tanto che ne feci la copertina di "La Sardegna dell'Ottocento" di Lorenzo Del Piano: ma allora, aggiungo, non sapevo che fossero di Costa, l'ho imparato adesso).
Dicevo della sostanziale "unicità" di questo album. La spiega lo stesso Costa quando dice che a quel lavoro si dedicava non nelle ore libere, ma «rubando le mezz'ore al suo riposo», nello spazio di «non lavoro». L'album è oggi una raccolta di quindici fogli, in genere scritti o disegnati sul dritto e sul verso, gli unici rimasti da un oggetto dal quale i disegni fatti per gli amici venivano spesso strappati per essere regalati ai destinatari o per farne omaggio a superiori ingolositi da specie di grandi biglietti da visita che sono piccoli capolavori di calligrafia. Non per nulla, in tre terzine para-dantesche con cui Costa presenta l'oggetto, è detto: «Per me si va nella Calligrafia / per me si va da un misero Pittore / per me si va nell'arida Poesia». In realtà, di questo che Cau chiama giustamente «un complesso oggetto culturale» , l'arte fondamentale è proprio la calligrafia, che non domina solo le pagine "scritte" ma anche quasi tutte le immagini: le stesse poesie sono più belle a vedersi "disegnate" che a leggersi nei versi (non "aridi", come diceva lui, ma certo banali, retorici e svogliati. Come si sarebbe detto anche a quei tempi, «a donzunu s'arte sua»: e Costa che ebbe tante passioni (Cau le enumera e racconta ad una ad una nella seconda parte del suo saggio introduttivo, cercando di sintetizzare l'infaticabile catalogo delle sue opere) aveva sì la passione per la Musa, ma la Musa non gli dava conto.
Per finire: questo "oggetto" (insisto sul termine, che è tutt'altro che diminutivo, ma vuole indicare quella che Cau chiama appunto la "complessità" del prodotto) non è solo un libro da vedere. Perché – è una giusta notazione dello stesso Cau – «è anche per certi versi una testimonianza anomala e a tutt'oggi sconosciuta della vita sociale e culturale della Sassari postunitaria». Un valore aggiunto, e non da poco.
