La Nuova Sardegna

Strage di Tempio, si cerca l’arma del delitto a casa di Frigeri

di Giampaolo Meloni
Strage di Tempio, si cerca l’arma del delitto a casa di Frigeri

Sotto sequestro l’abitazione del 32enne accusato d’aver ucciso la famiglia Azzena. Le liti per la Golf e i nuovi indizi

25 maggio 2014
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TEMPIO. Anche l'abitazione di Angelo Frigeri è sotto sequestro giudiziario. I carabinieri di Tempio hanno sigillato porte e finestre in esecuzione dell'ordinanza firmata dal coordinatore delle indagini, il sostituto procuratore Angelo Becciu, su richiesta del giudice dell'indagine preliminare Marco Contu. Dall'alba di ieri nessuno può più entrare nell'appartamento al terzo piano della palazzina di colore arancio scuro dalla quale si accede da una traversa di via Rossini. Qui il presunto plurimomicida viveva sino all'altro ieri con il padre Giorgio, che ha dovuto trasferirsi e chiedere ospitalità a una figlia. Intanto, a otto giorni dalla strage, e dopo la rinuncia di tre legali, sono stati avviati contatti per la nomina di un nuovo avvocato probabilmente del Foro di Nuoro. Ma solo domani si saprà quale esito potranno avere. Domani nel vico Rossini dovrebbero arrivare gli uomini del Ris. Gli investigatori vanno alla ricerca di tutti gli elementi possibili per cercare di completare il mosaico della tragedia che conta tre vittime: Giulia Zanzani, il marito Giovanni Azzena e il loro figlio Pietro, dodicenne.

Lo scenario ricostruito in tempi rapidissimi e fissato nell'ordinanza di custodia cautelare non lascia spiragli sulle responsabilità del disoccupato di 32 anni, che ha lui stesso, seppure modificando le versioni, ammesso davanti agli inquirenti. Manca ancora tuttavia un elemento non trascurabile, il corpo contundente con il quale i due adulti sono stati colpiti alla testa. All'interno dell'abitazione, dove sono stati uccisi Giovanni Azzena, la moglie e il figlio non se ne è trovata traccia. Neppure nell'area compresa nell'isolato, circoscritta e accuratamente controllata dai carabinieri è stata rinvenuta. La ricerca prosegue ora nell'abitazione di Frigeri, che potrebbe custodire altri elementi preziosi per dare una spiegazione compiuta anche al movente. Una traccia potrebbe affiorare dai numerosi messaggini scambiati ai cellulari tra Frigeri e Giulia Zanzani negli ultimi due anni. Dagli sms non sarebbe tuttavia affiorata finora una sola parola riferibile in maniera palese all'episodio finito nel sangue nella tarda serata di sabato scorso. Mentre tanta corrispondenza (si tratta qualche centinaio di scambi) farebbe emergere la qualità del rapporto tra Frigeri e la donna, tra i quali l'amicizia di lunga data sembrerebbe essersi guastata negli ultimi tempi, proprio a causa di quella che appare la miccia scatenante della tragedia: il possesso e la disponibilità della Golf, l'auto di cui l'elettricista disoccupato era proprietario ma circa due settimane prima aveva data in consegna a Giovanni Azzena con il mandato di venderla. Frigeri aveva necessità di denaro, sia per campare e sia per rispettare le scadenze con la finanziaria attraverso la quale aveva potuto acquistare il veicolo. Azzena, titolare di un negozio di calzature al piano terra della stessa palazzina in cui la sua vita è stata spezzata, quell'auto non l'aveva venduta e tergiversava sulla restituzione a Frigeri, che su questo lo incalzava.

È durato poco anche il prestito alternativo dell'utilitaria di Giulia Zanzani: i coniugi l'hanno voluta indietro dopo pochi giorni spiegando di avere trovato un acquirente. Frigeri ha dovuto così ripiegare su un ciclomotore. Soluzione che lo aveva molto contrariato, trovandosi nelle condizioni di incalzare più volte la coppia per tornare in possesso della propria Golf, almeno di quella, visto che andava su due ruote e neppure aveva intascato un euro dalla giravolta di promesse di vendita mai realizzate né della Golf né della Yaris. È il prologo che appare finora più attendibile in questa tragedia, con un nuovo dettaglio affiorato nelle ultime ore. Quel sabato di sangue Frigeri avrebbe avuto necessità ancora più stringente dell'auto, perché in serata avrebbe dovuto portare in una pizzeria fuori città una ragazza, la sua fiamma più recente. Questa ragione più di altre alle 12.15 circa del 17 maggio lo avrebbe spinto a entrare nella casa degli Azzena, salire le scale, fare un tentativo estremo con la donna che avrebbe avuto ormai un ruolo di mediazione tra lui e il marito, da quando i rapporti tra i due uomini si erano fatti ruvidi.

Le ipotesi sulla scena del delitto illuminerebbero un uomo ormai esasperato e al quale l'ulteriore resistenza e diniego della donna hanno fatto perdere definitivamente la testa. Da quel momento le vittime sono cadute una dopo l'altra: prima Giulia Zanzani, poi Giovanni Azzena, ferito alla testa, imbavagliato per impedirgli di urlare, quindi definitivamente ucciso. Infine il piccolo Pietro, ammazzato in quell'unico sabato che non è potuto andare dai nonni. Forse anche con questo pensiero il presunto omicida potrebbe essersi mosso: Frigeri voleva bene a quel bambino, conoscendo le consuetudini della famiglia sapeva che il sabato a quell'ora Pietro non tornava a casa. Lo avrebbe risparmiato. Il progrmma in quella terribile giornata è cambiato. E l'omicida non poteva avere testimoni.

La prosecuzione della serata è un canovaccio altrettanto terribile. Dopo essersi impossessato delle chiavi, si riprende la sua Golf, si fa vedere in giro non lontano dalla casa dell'orrore. Porta l'auto al lavaggio. Il tempo trascorre fino a che arriva l'ora in cui può finalmente uscire con la sua recente fiamma e trascorrere con lei la serata in pizzeria. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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