La Nuova Sardegna

Giovanni Floris: «Racconto i giovani degli anni Ottanta»

di Giulia Clarkson
Giovanni Floris: «Racconto i giovani degli anni Ottanta»

Il giornalista esordisce nella narrativa con il romanzo “Il confine di Bonetti”

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SASSARI. Ai saggi ci aveva abituati già prima di diventare volto noto della televisione. Giovanni Floris, pluripremiato giornalista, autore e conduttore dell'ultradecennale “Ballarò” su Rai 3, esordisce ora nella veste di romanziere con "Il confine di Bonetti" (Feltrinelli), presentato alla libreria Feltrinelli di Cagliari lo scorso sabato.

Manifesto della generazione degli anni Ottanta, il romanzo scivola sulle note leggere di una scanzonata e mai prevedibile amicizia adolescenziale, approfondendo la stagione più di ogni altra identificata col consumismo rampante ed effimero; segnata dalle indimenticabili colonne sonore degli Spandau Ballet, Cure e Duran Duran; retta da uno spirito aggregante e orfano (o solamente libero?) delle ideologie e della politica. Una personalissima visione del tempo in cui, come in un viaggio, era diffusa l'idea di poter «essere quello che non sei ma vorresti diventare».

. Giovanni Floris, cosa porta un brillante giornalista televisivo, uno show man a diventare narratore?

«L'editore mi aveva chiesto un saggio sugli anni '80. Io ci ho provato, ma al posto del saggio è uscito un romanzo. Gliel'ho presentato così, senza avvertirlo. Dopo un primo silenzio, Feltrinelli ha detto: “Sì, si fa”. Non credo di essere un narratore, ma avevo questa storia da raccontare, da sempre, da ben prima di “Ballarò”. Una normale amicizia tra ragazzi che diventa un romanzo di formazione. Cinque amici, cinque caratteri diversi che girano intorno al rapporto dei protagonisti, Roberto Ranò e Marco Bonetti. “A Berlino ci son stato con Bonetti”, cantava Lucio Dalla».

È lo stesso Bonetti?

«No, in verità all'inizio era Ceccolini, come mia nonna materna. Ma sulla copertina non funzionava. Allora l'ho cambiato in un nome che volevo fosse comune, riconoscibile. Ranò è il cognome dell'altra nonna, di Tempio. Le ho volute salutare in questo modo».

I due protagonisti sono uniti da vera amicizia, pur essendo diversissimi.

«È vero, vivono su binari paralleli, ma sono le facce della stessa medaglia. Credo ci sia un po' di ognuno di noi, nell’uno e nell'altro. Il narratore, Ranò, è una mina esplosa. Cerca di tenersi ma quando si trova di fronte quella strana donna magistrato, dopo essere stato arrestato, lui, notaio della Roma bene, decide di lasciarsi andare. Si apre come se fosse con l'analista, sperando in una riappacificazione con se stesso. Il riferimento è l'amico del cuore, Marco Bonetti, l'unico che gli dà il sapore della possibilità».

Quanto c'è di Giovanni Floris, classe 1967?

«C'è la vita che ho conosciuto. Non è un romanzo autobiografico, ma l'ho inventato io. È la mia idea di un gruppo di ragazzi che si incontrano alle scuole medie e fanno insieme il liceo, poi si dividono per molti anni perché la vita prende un corso inatteso, e quando si incontrano di nuovo è come se il tempo non fosse mai passato. Quel ritrovarsi è di una tale bellezza che il mondo che li circonda, d'un tratto, traballa».

Dagli anni '80 a oggi, quali cambiamenti generazionali?

«La generazione di cui si scrive non può che essere la migliore... scherzo, naturalmente. Roberto Ranò dice di non parlare a nome di una generazione. Infatti, uno dei tratti salienti di quei giovani è l'aver sviluppato un punto di vista personale, che non dev’essere condiviso per forza con gli altri. Ognuno si è responsabilizzato. Ma è stata anche la generazione dei paninari, degli yuppies, dell'edonismo reaganiano. Io penso sia stata una generazione molto fortunata, libera dalle categorie politiche chiuse che avevano caratterizzato la precedente. Ci si sentiva liberi, con molti soldi a disposizione, anche se poi abbiamo scoperto che la classe dirigente di allora stava creando i debiti che oggi pagano i nostri figli. Noi però avevamo l'opportunità di poter costruire un destino migliore di quello che sembrava ci fosse stato assegnato. Alcuni ci sono riusciti, altri no. Però forse è stata l'ultima generazione ad avere avuto quell'idea. Poi c'è stata Tangentopoli, e la disgregazione della classe dirigente. Gli anni '80 hanno ridato dignità e valore al gusto del successo personale, al piacere di vivere da benestante. Ma c'è stato anche il malinteso: come se per stare bene tutto dovesse essere lecito».

Lo schema base dell'inciucio, dice il libro, è frutto della formazione di quegli anni. In che senso?

«L'inciucio è la connotazione negativa che deriva da quella "federazione delle differenze" che era alla base del gruppo. Ciò che rileva è che noi vivevamo la politica come qualcosa di secondario. Non era una caratterizzazione della persona, eravamo abituati a giudicarci a 360 gradi, non solo sulla base dell'appartenenza politica. La politica c'era, ma era una delle tante componenti. Le soluzioni venivano trovate a prescindere, a differenza della generazione precedente. Questo ci ha permesso di crescere e formarci più liberi, di valutare i problemi per quello che erano, senza pregiudiziali».

E i giovani d'oggi?

«La generazione attuale ha molte meno opportunità, e non per colpa sua. Noi pensavamo che lo studio ci avrebbe aperto molte strade; adesso lo studio non basta, per arrivare. Ho la sensazione che la nuova classe dirigente dovrebbe riuscire a far scattare la molla che è scattata per noi, rendere possibile avere un progetto di vita. I protagonisti avvertono, però: attenti al pragmatismo. Il pragmatismo non deve mai diventare cinismo. È in quell'equilibrio, su quel confine che gioca il libro. Che non è un confine statico, ma il tentativo di rimettersi in moto».

Sarcastici. È una definizione che attribuisce spesso ai suoi personaggi.

«C'è molta Sardegna nel libro. Non solo il padre di Bonetti è sardo e va in vacanza a Pittulongu, ma c'è l'ironia tipica dei sardi, la stessa visione bruciante e a volte paradossale che mi piace immaginare di aver ereditato da mio padre, nuorese. D'altronde, anch'io sono orgogliosamente nuorese, ormai».

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