Alla ricerca della purezza
“Le meraviglie” di Alice Rohrwacher, un racconto di formazione
Un luogo apparentemente fuori dal mondo: un casolare di campagna che, inizialmente, viene inquadrato di notte, con poche luci artificiali che precedono l’alba. Ha inizio la giornata di una famiglia di apicoltori, raccontata da Alice Rohrwacher in “Le meraviglie”, sua opera seconda che ha ottenuto il Gran Premio della giuria all’ultimo festival di Cannes. In realtà il luogo in cui si imbastisce questo racconto di formazione adolescenziale, non è affatto fuori dal mondo. Sta in riva al Lago di Bolsena, tra il turismo colto di chi cerca il mondo etrusco ed altri casali tradizionalmente legati al mondo contadino. Anche “Le meraviglie” del titolo non riguardano affatto la bellezza di un ritorno alla natura, ma un concorso paesano che comprende l’apparizione di una “dea” televisiva, la nostra Monica Bellucci. Su questo dualismo – ambientato non oltre la fine degli anni Ottanta dell’imperante regionalismo televisivo – si consuma quasi una diaspora tra un padre autoritario, tedesco d’indole zingara, e il resto della famiglia, in particolare Gelsomina, la più introversa delle ragazze/bambine, che trova anche un attimo di tenerezza in un giovane “difficile” dato in affido alla famiglia. La delicatezza dell’approccio drammaturgico ricorda Truffaut (e il film quasi citato è “Gli anni in tasca”), ma, dopo aver visto un altro bel film in cui si ritorna alla terra, “In grazia di dio” di Edoardo Winhspeare, ben più carico di attriti generazionali declinati al presente, si può rubricare anche “Le meraviglie” nell’ambito di una ricerca illusoria di purezza contro il degrado del mondo occidentale.
E non a caso l’immagine finale, con il casolare abbandonato, segna tristemente la fine di quest’illusione che, ovviamente, fuori dalla creatività degli artisti, non significa che non si debbano produrre miele, vino olio e quant’altro. Basta non teorizzare che il mondo di ieri sia “tout court” riesumabile ai nostri tempi.
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