Da Abbate uno straordinario museo della giovinezza
Un racconto familiare che elabora la memoria in maniera immaginifica Il passato si rimette in movimento come in una meravigliosa lanterna magica
«Hitler venne ad abitare da noi durante l’autunno del 1961. Pioveva a dirotto quando per la prima volta lo vidi varcare il portone di casa, mentre via Cesare Abba sembrava a un passo dall’inondazione che anticipa il giorno del giudizio». Questo il folgorante incipit dell’ultimo romanzo di Fulvio Abbate, Intanto anche dicembre è passato (Baldini & Castoldi, pp. 170, 15,90 euro), bruciante avvio di un percorso dentro la memoria più intima dello scrittore, quella della propria infanzia a Palermo, popolata da una ricca galleria di volti e oggetti che non hanno difficoltà a legare, nel ricordo, e con sorprendente armonia, fantasia e realtà. Incontriamo così, accanto al padre Totò, maniacalmente appassionato di Quattroruote, alla madre Gemma, insegnante di Francese, «naturalmente» e straordinariamente bugiarda, agli zii Franco e Gioconda, e al nonno Giuseppe, nientemeno che un Adolf Hitler sfuggito all’Armata Rossa, invitato a ritinteggiare la casa della famiglia Abbate, o un Ettore Majorana nascosto nella casa antistante (il celebre fisico era dato per scomparso già nel 1938), impegnato contemporaneamente nella costruzione di un razzo e nelle ripetizioni di matematica allo stesso Fulvio; fino alle altre, «vere presenze» di questo vivido mosaico della memoria: il trockista Faraci, il prete sciatore e pornografo, l’ammaliante Lucilla, e le ombre di Camus, Charles De Gaulle o Truffaut.
Fulvio Abbate, fustigatore instancabile di qualsiasi conformismo (in primis quello culturale, adagiatosi colpevolmente soprattutto a sinistra), con il suo agit-prop della fantasia, scrive un romanzo di rara libertà immaginativa. In esso riesce infatti a compiere, grazie anche alla altissima qualità della scrittura, una straordinaria epopea della memoria; fino a svelare, nella sua conclusione, l’ineludibile bisogno di misurarsi con la più dolorosa delle perdite: proprio quella della madre Gemma, occorsa nel settembre 2011. “Intanto anche dicembre è passato” è un libro semplicemente necessario, che lungo la parabola della narrazione cancella ogni sospetto di artificioso dadaismo per mostrarsi e porsi dentro un vero e proprio realismo del ricordo. Anche le presenze dello «zio Hitler» o di Majorana, più che frutto di uno sterile cortocircuito meta-romanzesco, diventano così le concrete proiezioni degli oggetti presenti nel museo della giovinezza dell’autore: un museo vero, tangibile, che l’elaborazione immaginifica della memoria mette in movimento come fosse una lanterna magica, mentre la scrittura tesse – e trascrive, in presa diretta – il filo dei ricordi. Un museo prezioso, che a differenza di quello celebratissimo di Pamuk, non cade mai in un bieco compiacimento libresco.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
