Il cinema sotto le stelle In spiaggia con la Dietrich
La storia di Giuseppe Podda, il comunista che amava Hollywood
di GIANNI OLLA
«Ma questa è un’adunata fascista!» Parole d’altri tempi, che Giuseppe Podda, giornalista, per oltre vent’anni corrispondente dell’Unità, pronunciò nel 1996, già in epoca berlusconiana e con il comunismo, anche in Italia, sepolto ufficialmente da diversi anni. L’adunata – per usare le sue parole – era una chiassosa serata, al limite della rissa – che per fortuna non ci fu – in cui si premiavano dei cortometraggi dedicati alla città di Cagliari. Tra questi, uno piuttosto bello e sarcastico, “Bella ciao”, firmato da Vito Biolchini e Elio Turno Arthemalle, in cui si criticava la decisione della giunta comunale di centro-destra di dedicare una via del capoluogo al sardo-fascista Enrico Endrich, podestà della città dal 1928 al 1934. Il pubblico, che aveva a disposizione un premio, lo elesse a miglior titolo della rassegna, anche per fare un dispetto agli organizzatori, legati alla “sdoganata” Alleanza Nazionale di Fini. Il sindaco, Mariano Delogu, quasi si offese. Per la serata finale, la platea era stata rafforzata da simpatizzanti di entrambi gli schieramenti, soprattutto giovani, ma, oltre alle contestazioni verbali non accadde nulla.
Giovane Balilla. Podda, che allora aveva 65 anni, ebbe semplicemente un sussulto memoriale, e difatti non ne volle sapere di stare in quel luogo; scomparve dopo pochi minuti, forse per non ricordare i tempi in cui doveva vestirsi da giovane Balilla. Era nato nel quartiere della Marina; il padre, pescatore, esaltava Emilio Lussu che, nel 1926, aveva resistito ad un vero assalto armato fascista. Quindicenne nel 1945, il futuro giornalista apparteneva alla generazione che “assorbì” interamente, respirandola a pieni polmoni, l’aria fresca dell’immediato dopoguerra, piena di macerie, soprattutto a Cagliari, ma anche di libertà e di vitalità. Autodidatta, con studi tecnici alle spalle, era un “cinephile” – termine che non amava affatto, perché intellettualistico – che vantava i suoi primi articoli per il settimanale “Hollywood”, negli stessi anni in cui già collaborava con le pagine regionali dell’Unità. Poi, dagli anni Sessanta e per i vent’anni successivi, Podda fu corrispondente e capo redattore regionale dell’Unità, nonché direttore di Rinascita sarda, mensile del Partito Comunista. Il suo lavoro e le sue passioni, in ogni caso, andavano oltre la definizione professionale: Podda era anche una sorta di animatore culturale e il supplemento sardo si apriva alla musica, al cinema, al teatro, settori a cui collaboravano molti giovani. Per fare un solo nome, Sergio Atzeni si formò proprio in quelle pagine, occupandosi appunto di cronache musicali e teatrali. Per se si ritagliava, quasi in esclusiva, gli spazi cinematografici, legati non solo alla conoscenza o, direttamente, all’amicizia di Giuseppe Fiori – allora critico cinematografico di rango e sceneggiatore – di Franco Solinas e Nanni Loy, ma anche e soprattutto alla lunga e stratificata memoria del mito americano acquisita negli anni giovanili, che resisteva anche alla Guerra Fredda e al trionfo democristiano.
I cosacchi e Bogart. Per dirla con Goffredo Fofi «anche i più smaliziati o più stalinisti, che a sinistra disquisivano su “Il giuramento” o “I cosacchi del Kuban”, andavano poi a vedere l’ultimo Bogart, l’ultima Bergman, l’ultimo Ford e vi si ritrovavano». Però la sua vera dimensione paraletteraria – che ebbe modo, in tarda età, di approdare al racconto popolare con le raccolte “Piccola città” e “Ajo’ a su Poettu” – fu quella memorialista. Stupiva i suoi lettori affermando che nel 1944, allo stabilimento balneare Il Lido, al Poetto, la diva per eccellenza Marlene Dietrich si esibiva, con il suo repertorio di canzoni, per le truppe alleate. E, negli stessi giorni, Glenn Miller, anch’esso arruolato come “intrattenitore”, provava con la sua orchestra in un locale del quartiere Marina, in attesa di una nuova destinazione, probabilmente l’Inghilterra, visto che, qualche mese dopo, trovò la morte in un incidente aereo sorvolando la Manica.
Solitario e misantropo. Dopo queste rievocazioni – pubblicate poi nei tre volumi su “Cagliari al cinema” – qualcuno sorrideva come se Giuseppe avesse scritto delle vere e proprie “balle”. Ma poi ci si doveva arrendere alla documentazione presentata da qualche giovane studioso che ne aveva trovato le tracce nelle cronache del tempo. Solitario, a volte cupo e con un sorriso tiratissimo, fino a sospettare tratti di misantropia – terribile paradosso per un militante comunista – rarissimamente lo si ritrovava alle presentazioni dei suoi libri, che si svolgevano comunque, per interposte persone, quasi sempre amici che si scusavano per la sua assenza.Un’eccezione ci fu, già tardiva, e dal sapore agro. Podda, scomparso nel 2007, a 77 anni, qualche anno prima, già malato, presentò personalmente alla Cineteca sarda la trilogia su “Cagliari al cinema” edita da Aipsa, bellissima anche sul piano della documentazione visiva, raccolta in cinquant’anni di lavoro. Si presentò in sedia a rotelle, parlò stentatamente, ma sorrise in maniera aperta, come nessuno forse l’aveva mai visto. Era contento di essere lì, in mezzo ad un pubblico che aveva letteralmente “divorato” le sue storie sarde in cui Maciste, divo quasi mussoliniano (per il fisico imponente, lo sguardo volitivo e il capoccione con una progressiva calvizie) degli anni Venti, diventava “Magistu” e Nazzari, ovvero Amedeo Buffa, “Amedeu nostru”.
Maciste al Poetto. Di questo ultimo personaggio Podda tracciò anche un ritratto suggestivo che finì per diventare il testo portante di un bel documentario di Carmen Giordano e Stefano Porru, “Amedeo Nazzari, divo italiano”, a cui collaborò anche la figlia dell’attore, Evelina. Sorpreso da questo “exploit” comunicativo, ripensai al primo incontro con il giornalista che, nel 1977, riservò ad un mio articolo un polemico corsivo che criticava le presunte conoscenze brechtiane dello scrivente. È uno dei pochi ritagli di giornale che ho conservato con cura: non capitava spesso, soprattutto ai quei tempi, l’onore di essere criticati da un grande quotidiano come L’Unità. Qualche settimana dopo, Podda, improvvisamente mi venne incontro nella redazione di Tutto Quotidiano e si complimentò per un articolo sul musicista Marcello Melis, che avevo intervistato qualche giorno prima. Restai anche più sorpreso e abbozzai un “grazie” imbarazzatissimo. Non dico che diventammo amici, ma…
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