La Nuova Sardegna

La luce metafisica che soffoca Sassari

di MASSIMO ONOFRI

La città come appare nei romanzi di Salvatore Mannuzzu Un luogo riconoscibile ma mai coincidente con se stesso

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di MASSIMO ONOFRI

L’estate è ormai conclamata: quella che gonfia i desideri e sbeffeggia, almeno per qualche illuso giorno, l’infelicità. Un’estate che, come le altre, finirà senza sole: con la sua coda tumultuosa d’amori veri o immaginati, sempre sognati. L’autunno enfatizzerà i rimorsi e i pentimenti, o forse, con ancora più forza, la nostalgia: qualcuno se ne andrà per sempre; qualcun altro tornerà, purché sia per tutta la vita.

Se, però, arrivate in Sardegna ora, o siete invece dei sardi che hanno deciso, magari con un buon libro da guida, di restarsene qui per conoscerla meglio e godersela appieno con esatta concentrazione, vi dico di non farvi distrarre, almeno per qualche ora, dalle seduzioni alcinesche del più bel mare del mondo. Andate a Sassari invece: e cominciate da lì, con «Procedura» (1988) di Salvatore Mannuzzu nella bisaccia, proprio nel momento dell’anno in cui i sassaresi la disertano, quando gli amanti clandestini più disperati vi si danno convegno, finalmente lontani da occhi indiscreti. Sassari, dicevo: che d’estate diventa una città ancora più misteriosa di quanto già non sia. Perché di Sassari recondita, città in fondo ignota a se stessa, è stato Mannuzzu a dare più alta testimonianza, più preciso sentimento di verità, in quel capolavoro che è, appunto, il romanzo d’esordio.

Vi ricordate come memorabilmente cominciava? E’ il 17 marzo del 1978, il giorno dopo a quello del rapimento Moro da parte delle Br, quando il giudice quarantasettenne Valerio Garau muore avvelenato nel bar di fronte al Tribunale, mentre scherza con la collega e amante Lauretta Oppo Martinez, sposata al più stimato magistrato della città, Giomaria Martinez, il quale sa tutto della relazione che pure tollera. Poteva iniziare meglio – e cioè nei pressi di quel «sepolcrale» edificio di sentenze, parossismi giuridici e cavilli, capace di fungere da emblema della città – un romanzo che, appunto, s’intitola «Procedura»?

Non senza che la voce narrante sia affidata a un giudice continentale, metereopatico e malinconioso, che ricostruisce i fatti a distanza di poco più d’un anno. Un romanzo in cui, al netto di tutto, non ci sono innocenti: tanto più che nessuna investigazione umana potrà mai essere in grado d’approssimarsi, nemmeno lontanamente, alla verità, tanto più se morale.

La Sassari di Mannuzzu non è quella del Duomo, dell’elegante via Roma, della subalpina eppure mediterranea Piazza d’Italia – così incendiata d’azzurro quando il maestrale spazza via la nuvolaglia –, del centro storico multicultarale e multicolore. Nemmeno quella dell’imbarazzante grattacielo, al meglio trista location per noir di terz’ordine. La Sassari di Mannuzzu, potrebbe essere, magari, quella di Piazza d’Armi di «Le fate dell’inverno» (2004), nei palazzi aviti in cui certe famiglie conducono una vita di sicura agiatezza borghese. Già, la famiglia: di cui Mannuzzu sempre lacera il tenue velo d’una normalità che non è mai normale. Se è vero che il giudice Garau, il quale traffica reperti archeologici clandestini, ha una moglie da cui è divorziato e che però, ancora venerato, continua a frequentare. Per non dire del molto conturbante, rapporto di orfano precoce con l’amatissima sorella Biba, morta suicida e madre d’una bimba handicappata.

La Sassari di Mannuzzu, insomma, sempre riconoscibile, non è mai però coincidente con se stessa. La circonfonde una luce che la strozza, ma la muta di grado. Una luce metafisica, dolorosa e irreparabile: entro cui s’agitano uomini come noi, che chiedono a Dio di accettare la loro vita, tolto il peccato. Ma tolto il peccato, cosa ne resterebbe?

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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