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Puccioni: «Viaggio nella solitudine»

Puccioni: «Viaggio nella solitudine»

Il regista di “Come il vento” racconta la genesi della pellicola

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LA MADDALENA. Il critico Enrico Magrelli, uno dei curatori degli incontri di questa edizione del Festival della Maddalena (insieme a Boris Sollazzo e Fabrizio Deriu), lo definisce uno dei migliori film italiani degli ultimi tempi. Purtroppo una distribuzione non esattamente capillare, ha limitato la visibilità di “Come il vento”. Il pubblico del Festival, organizzato dall'associazione Quasar, ha potuto recuperarlo ieri alla presenza della protagonista, Valeria Golino, ma anche del regista Marco Simon Puccioni che ha deciso raccontare la storia di Armida Miserere, una delle prime donne direttrici di carcere, in servizio in tanti penitenzari, morta suicida nel 2003.

Un film che mostra le fragilità, la solitudine di una donna straziata dall'uccisione del suo compagno Umberto Mormile, mai dimenticato. «Nella fase di ricerca prima di scrivere la sceneggiatura – spiega il regista – leggendo i diari di Armida Miserere è venuta fuori la persona che era. I diari ci hanno permesso di entrare nel suo animo e il ritratto era quello che mi interessava di più, indipendentemente dal suo lavoro. Anche se ovviamente il suo lavoro ha influenzato tantissimo la sua vita». Un racconto intimo che si avvale anche delle stupende musiche firmate dal compositore giapponese Shigeru Umebayashi, musiche capaci di sottolineare perfettamente gli stati d'animo senza risultare invasive: «Ho sempre amato le sue cose – racconta Puccioni – C'era una mia forte attrazione verso quel tipo di lavoro, una musica strumentale, con strumenti classici, ma moderna di concezione. Tramite il mio montatore ci siamo conosciuti, gli ho scritto e lui ha amato subito il film». Attento da sempre ai diritti umani, alle tematiche sociali, Marco Simon Puccioni raccontando la storia di Armida Miserere sceglie questa volta il tema del carcere: «Ho sempre pensato al cinema come strumento di indagine sulla realtà – evidenzia il regista – Ma affrontare temi sociali non vuol dire che io voglia fare un cinema ideologico. Mi interessa soprattutto portare all'attenzione del pubblico alcuni aspetti, ma da un punto di vista molto umano, senza prendere una posizione così netta. Può essere la Palestina, i migranti o il carcere. Propongo il tema e delle storie umane che facciano riflettere.

Ma resta fondamentale il lato estetico, la bellezza come espressione e capacità di comunicare». Una ricerca che ben si può vedere nell'uso degli spazi in “Come il vento”. «Il carcere è un mondo a sé – sottolinea Puccioni –. Un luogo che ha una forza. Può essere fredda, brutta, come i carceri moderni, o evocare qualcosa alla Montecristo, come quelli storici. Ma in ogni caso ha una potente immagine, anche per quello che evocano come luoghi di reclusione e di sofferenza».

(f.b.)

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