Le centrali elettriche sarde non sono più “essenziali”
Al Senato un emendamento garantisce status e bonus solo agli impianti siciliani Terna non più obbligata a comprare l’energia a prezzi fissi da E.On, Enel e Ottana
CAGLIARI. Tutti i privilegi, come sempre alla Sicilia, se resta qualche briciola forse c’è qualcosa per la Sardegna. Capita spesso ed è ricapitato di recente nell’aula della commissione Industria del Senato per il decreto legge “Competitività”. Dopo aver cancellato d’imperio la macrozona di produzione per l’energia elettrica Sicilia-Sardegna, con un emendamento approvato a larga maggioranza e che sta per diventare legge, le centrali termoelettriche siciliane sono state subito riprotette e solo a loro è stato garantito di nuovo lo status molto ambito di «essere ancora essenziali» per la rete elettrica nazionale. Cioè: come in passato, avranno la certezza che Terna (la società di distribuzione) da loro continuerà ad acquistare buona parte della produzione e sempre ora ai prezzi fissi e vantaggiosi, stabiliti dall’Authority nazionale per l’energia e il gas. Con un colpo di spugna, e qui sta la beffa, per le centrali sarde quello status è stato cancellato, annullato, e questo vuol dire che Terna non sarà più obbligata ad acquistare l’energia prodotta in Sardegna. Energia che, a quel punto, finirà sul mercato libero e semmai acquistata ma a prezzi molto più bassi di quelli garantiti alle termocentrali siciliane. Può sembrare complicato, ma non lo è: vuol dire che gli impianti sardi saranno svantaggiati rispetto a quelli della Sicilia, con il rischio che E.On Porto Torres, Enel Portovesme e soprattutto Ottana Energia, le tre centrali fino a ieri considerate essenziali, siano ridemensionati o spazzati via. O comunque, questi impianti non avranno più la certezza di produrre energia sapendo che sarà comprata sempre da Terna. Con questo risultato: fatturati dimezzati e possibili pesanti contraccolpi sull’occupazione.
Le proteste. A denunciare per primo il colpo di mano in commissione, a Roma, è stato l’assessore regionali ai Lavori pubblici, Paolo Maninchedda, con una lettera allarmata inviata ai parlamentari sardi. «Da oggi in poi – ha scritto – gli impianti sardi dovranno competere sul mercato nelle peggiori condizioni economiche degli ultimi cinquant’anni. Noi non abbiamo il gas e quindi i nostri costi di produzione sono e saranno ancora molto più alti, mentre le centrali siciliane sono state addirittura protette. In parole ancora più schiette, da oggi in poi noi dovremo fare i questuanti con Terna, sperare che ci compri l’energia, mentre ad altri il vantaggio è stato addirittura ribadito con una legge dello Stato». Insomma un atto di pirateria tra l’altro commesso anche in dispregio alla Giunta Pigliaru, che con una delibera, a maggio, aveva dichiarato invece la volontà di difendere l’essenzialità delle termocentrali sarde fino all’arrivo del metano. Niente da fare, purtroppo: per l’ennesima volta, lo Stato ha voltato le spalle alla Sardegna e pensato solo alla Sicilia.
La rivolta. A scendere in campo è stata anche la Confindustria, con un comunicato di dura protesta: «Perché non è stato garantito lo stesso trattamento anche alla nostra isola? Perché gli impianti sardi dovranno sottoporsi a un iter complesso e incerto, nella trattativa con Terna, mentre a quelli siciliani è stato steso un tappeto rosso?». Due domande rimaste ancora senza risposta – anche da parte della Giunta – e seguite subito dopo dalle denunce dei deputati Roberto Capelli (Centro Democratico) e Mauro Pili (Unidos). Il primo ha scritto: «Fra Sicilia e Sardegna c’è una sperequazione incomprensibile che mette in pericolo l’intero sistema di produzione nella nostra isola». Mauro Pili è stato più duro: «Enel ed E.On potranno a campare con qualche giochetto nazionale, ma questo blitz decreta di fatto la morte della centrale di Ottana». C’è un’ultima speranza, questa: il decreto Competitività deve ancora essere approvato dalla Camera e se qualcuno a Montecitorio farà le barricate, il calcio alla Sardegna potrebbe persino essere cancellato. (ua)
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