La Nuova Sardegna

«Ci vuole più coraggio»

Sapelli: governo ostaggio dei tecnici della Ragioneria

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ROMA. «Non mi sembra che ci sia da meravigliarsi. La vera crisi economica è questa: recessione e deflazione. Una situazione che rischia di durare, purtroppo, a lungo»: Giulio Sapelli, docente di storia dell’economia all’Università Statale di Milano è molto crudo e sconfortante. «Non si esce da una spirale così con le parole e gli slogan, avremmo bisogno di un cambio di passo delle politiche e delle strategie ma non vedo all’orizzonte né un Paolo Baffi né un Guido Carli», sottolinea Sapelli facendo riferimento al ruolo svolto negli anni Settanta dalla coppia che guidava la Banca d’Italia.

Quali sono i fattori che contribuiscono a questa situazione così negativa?

«Dopo cinque anni di austerity cieca si stanno verificando tutte le previsioni economiche negative e emerge in tutta la sua chiarezza che non esiste un sistema che può vivere solo di esportazioni. Più del dato tecnico della recessione italiana ritengo che la vera notizia di questi ultimi giorni è il contenzioso tra la Bundesbank e la Confindustria tedesca. Se persino uno come Jens Wiedman, il presidente dalla Banca centrale tedesca, si spinge a chiedere un incremento del salario minimo del 3% con l’obiettivo di scongiurare la spirale deflazionistica c’è da allarmarsi e da trarre delle conclusioni senza ulteriori indugi. Senza domanda interna non c’è ripresa economica».

Da questo punto di vista gli 80 euro di Renzi non hanno prodotto gli effetti sperati.

«Perché nonostante le dichiarazioni e i programmi il Governo non è riuscito a liberarsi dalla morsa che personalmente ritengo stupida e suicida della Ragioneria Generale dello Stato. Per ottenere qualche minimo effetto bisogna dare messaggi chiari alle persone: annunciare che gli 80 euro sarebbero rimasti nelle tasche dei lavoratori per i prossimi cinque anni e sarebbero stati estesi all’intera platea dei contribuenti. Invece Palazzo Chigi si è fatto bloccare nuovamente dalla Ragioneria anche sulle pensioni dando ai cittadini la percezione che non ci sarà alcuna certezza. Così gli italiani che sono già propensi al risparmio, di fronte ad un orizzonte così cupo hanno preferito risparmiare invece di spendere».

Ttra i dati colpisce il crollo del Pil riferito alle attività di raffinazione. La chiusura degli impianti Eni ha un effetto molto forte...

«La crisi del comparto della raffinazione parte da lontano e non è un problema solo italiano ma investe tutta Europa proprio mentre gli americani che hanno eccesso di prodotto raffinato hanno cominciato a esportare i loro prodotti. È uno dei settori industriali italiani che deve cercare nuove vie, come quelle che stanno cercando di sperimentare con la chimica verde. Forse dovevano accelerare prima: adesso ho l’impressione che riusciranno a salvare poco e a costi molto alti».(a.d.s.)

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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