Fine della Bcc, sindacati in rivolta
Non c’è solo l’incorporazione in Banca Intesa: l’operazione comporterà un ridimensionamento dell’istituto
CAGLIARI. Dopo appena cinque anni di vita, Banca di credito sardo scompare, incorporata dalla capogruppo Intesa Sanpaolo. Sparisce come marchio locale ma, temono i sindacati, con il nome spariranno anche la maggior parte delle funzioni direzionali e del lavoro qualificato che lasceranno l'isola.
«Il piano di ristrutturazione del gruppo Intesa prevede la riduzione dei marchi locali che passeranno da una ventina a sei – spiega Enzo Strazzera, dirigente provinciale di Dircredito, sindacato autonomo –. Non si tratta, però, di un'operazione che si limita alla cancellazione di un nome. In Sardegna è già stato chiuso il polo di back office e i lavoratori riassorbiti in Contact Unit, di fatto un call center. Le lavorazioni specialistiche, come estero merci, successioni, tesorerie e rapporti con l’autorità giudiziaria, sono state trasferite in altre sedi di gruppo. Ora sono a rischio tutte le strutture di supporto: analisi fidi, piccole imprese e altre lavorazioni specialistiche. I grandi gruppi bancari stanno cercando di far quadrare i bilanci, con il taglio delle spese, di strutture e di personale, con la riduzione del numero delle filiali e con una aumento dei costi a carico della clientela. Il sindacato ritiene, invece, necessario tornare a una banca radicata nel territorio che conosce il cliente in maniera approfondita piuttosto che puntare a una banca che ha con il cliente rapporti fugaci, attraverso, internet, le mail o il telefono. La banca che era stata lanciata con lo slogan “vicino a noi”, sta diventando una struttura esclusivamente di tipo commerciale i cui centri direzionali sono sempre più concentrati in alcune strutture fuori dall’isola, mentre in Sardegna resterà solo il lavoro dequalificato. Noi ci opponiamo a questo modo di fare banca e diciamo no alla fuga di lavoro dalla Sardegna».
Per il sindacato, la scelta di cancellare i marchi regionali rischia, perciò, di avere importanti e negative conseguenze in termini di qualità del lavoro e di numeri.
«Non vogliamo – aggiunge Strazzera – che, data per scontata la perdita del consiglio di amministrazione e degli incarichi di presidenza e direzione generale, per la quale non ci stracceremo le vesti, vengano proditoriamente trasferiti oltre Tirreno i lavori ad alta specializzazione con ricadute negative sia in termini di occupazione che di qualità del lavoro. È mai possibile che un giovane sardo con un percorso di studio di alto livello, i cui costi sono a carico delle famiglie e delle università dell'isola, non possa aspirare ad un lavoro qualificato in ambito bancario nella propria terra e debba necessariamente cercarlo altrove? Noi chiediamo che vengano mantenute in loco le funzioni specialistiche e che i colleghi continuino a svolgere il loro lavoro in Sardegna, a prescindere dal marchio e dal modello organizzativo. Chiediamo inoltre che Intesa Sanpaolo, effettui assunzioni di giovani nelle aree con maggiori carenze di organico quali ad esempio il Nuorese e la Gallura. Insomma riteniamo che la decisione di mettere fine alla storia di una Banca regionale, che peraltro comporta la perdita di notevoli introiti fiscali per la Sardegna, con la scomparsa della ragione sociale e il trasferimento della direzione a Torino, non diventi l'ennesimo gioco di scatole cinesi ad esclusivo vantaggio di Intesa Sanpaolo. Come Rappresentanze sindacali aziendali, ricercando anche il sostegno delle Delegazioni di gruppo, saremo fermi nella tutela dei lavoratori per evitare che le ricadute siano solo a carico del personale e che si affermi un modello di fare banca sempre più lontano dai propri clienti e dalle esigenze dei territori».
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