La Nuova Sardegna

«Ha ucciso lui Dina Dore» Contu sconterà 16 anni

La Corte d’appello dei minori ha confermato la sentenza di primo grado Il giovane, all’epoca dei fatti diciassettenne, si è sempre proclamato innocente

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SASSARI. Sedici anni di carcere. I giudici della Corte d’appello dei minori non hanno avuto dubbi e, accogliendo la richiesta del pg, hanno confermato la condanna di primo grado. Pierpaolo Contu, 23 anni, un operaio di Gavoi che all’epoca del fatti aveva appena compiuto 17 anni, è l’esecutore materiale del delitto di Dina Dore, la casalinga uccisa nel garage della sua abitazione di via Sant’Antioco a Gavoi il 26 marzo 2008.

La sentenza è stata letta dal presidente dopo oltre quattro ore di camera di consiglio. Pierpaolo Contu, scuro in volto, ha abbassato lo sguardo disperato, non riuscendo a reggere quelli dei genitori colmi di dolore. Una sentenza pesante, ancora più difficile da sopportare rispetto a quella di primo grado. Pierpaolo Contu e i genitori speravano nell’assoluzione, visto che il ragazzo ha sempre ribadito la sua innocenza, nonostante le circostanziate accuse nei suoi confronti. Ma hanno anche sperato in una riduzione della pena, perché 16 anni di carcere sono un’intera stagione della vita per un ragazzo di appena 23 anni che dovrà trascorrere la sua giovinezza tra le mura di un penitenziario.

I suoi difensori, gli avvocati Gianluigi Mastio e Mariella Masia, hanno cercato in tutte le maniere di convincere i giudici sull’assoluta inconsistenza delle accuse nei confronti del loro assistito. Per oltre quattro ore e mezzo hanno argomentato le loro arringhe, esaminando punto per punto tutte le incongruenze dell’inchiesta relativamente alla posizione di Pierpaolo Contu. I due penalisti nuoresi hanno provato a smontare le accuse del superpentito Stefano Lai, ribadendo che Contu è vittima di una macchinazione e puntando, soprattutto, sul dna rilevato sul nastro utilizzato per incerottare Dina Dore che non era compatibile con quello di Contu. E, finora, di nessun altro. I giudici hanno invece ritenuto consistente il castello accusatorio, confermando la condanna a 16 anni di carcere e attenuando la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici a cinque anni anzichè perpetua. Pierpaolo Contu è quindi l’esecutore materiale del feroce delitto della casalinga di Gavoi, commissionato dal marito, il dentista Francesco Rocca, sotto processo in Corte d’assise a Nuoro. Queste le conclusioni alle quali era approdata l’inchiesta della Dda di Cagliari e portata avanti dalle squadre mobili di Nuoro e Cagliari. Una svolta arrivata cinque anni dopo l’omicidio.

A portare su una pista precisa gli investigatori era stata la confessione di un giovane di Gavoi divorato dal rimorso. Dopo aver acquisito tutti gli elementi che potessero confutare le dichiarazioni di Stefanio Lai, gli inquirenti avevano consegnato al sostituto procuratore della Dda, Danilo Tronci, titolare dell’inchiesta, un dettagliato rapporto. Dal quale emergeva la figura e il ruolo fondamentale di Francesco Rocca, il marito di Dina Dore. Sarebbe stato lui il mandante dell’omicidio. Mentre Pierpaolo Contu, che all’epoca dei fatti non aveva ancora compiuto 17 anni, sarebbe stato l’esecutore materiale.

Molto misurata la soddisfazione dei parenti di Dina Dore. La sorella Graziella e i fratelli Giuseppe e Bruno, che hanno combattuto per tenere viva la speranza quando l’inchiesta non stava portando a niente di concreto e poi non hanno mai perso una sola udienza del processo in Corte d’assise a Nuoro nei confronti del cognato Francesco Rocca, hanno preferito non commentare. Un silenzio gonfio di dolore e anche di speranza. La speranza di potere scrivere la parola fine sul delitto di Dina e, un giorno, poter raccontare alla figlioletta perché è stata uccisa la madre e chi l’ha uccisa.

La condanna anche in secondo grado di Pierpaolo Contu conferma la consistenza del castello accusatorio e quindi potrà avere pesanti ripercussioni sull’altro processo in corso in Corte d’assise a Nuoro che vede come imputato Francesco Rocca, il marito di Dina, accusato di essere stato il mandante del delitto. Quello di Dina Dore sarebbe dovuto probabilmente essere un finto sequestro che doveva comunque finire in maniera tragica. Ma a causa di qualche intoppo, che soltanto l’assassino conosce, era stato scoperto: il sequestratore assassino non era infatti riuscito a portare fuori dal garage di casa Rocca la Fiat Uno nel cui bagagliaio era stata sistemata Dina Dore, avvolta col nastro adesivo e morta soffocata. (plp)

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