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«Le mie paure e l’incertezza Il viaggio è cominciato da lì»

Dall’inviato
«Le mie paure e l’incertezza Il viaggio è cominciato da lì»

LOCARNO. Trucco, photocall, conferenza stampa, interviste. Già prima dell'anteprima la giornata di Bonifacio Angius è ricca di impegni. Che proseguono dopo la proiezione con altri appuntamenti con...

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LOCARNO. Trucco, photocall, conferenza stampa, interviste. Già prima dell'anteprima la giornata di Bonifacio Angius è ricca di impegni. Che proseguono dopo la proiezione con altri appuntamenti con giornalisti, il pubblico, il red carpet, fino a una grande festa organizzata in serata per "Perfidia". Una festa per il cinema italiano, perché Angius con il suo film rappresenta a Locarno tutto il paese. Lo fa con una storia radicata nella sua città: Sassari.

Una Sassari però poco riconoscibile.

«Il film è girato in quartieri con architetture abbastanza anonime che potrebbero trovarsi in qualsiasi altra città. Le atmosfere che ci servivano erano quelle, avere un luogo non riconoscibile per poter far muovere i personaggi in un ambiente quasi asettico. Abbiamo girato per esempio a Predda Niedda proprio per cercare quest'atmosfera anonima che si ritrova nelle zone industriali».

Anche gli attori sono sassaresi. Com'è stato dirigere i protagonisti, Stefano Deffenu e Mario Olivieri?

«Per quanto riguarda il ruolo di Angelo, avevo subito pensato a Stefano. Lo conosco da tempo, sapevo cosa mi poteva dare. Abbiamo provato molto, ma sul set è andato spedito come un treno. Anche con Mario non ci sono stati problemi. Mi interessava sempre la naturalezza, cercare di togliere un'impostazione più teatrale. Tutte le battute dovevano essere dette in modo spontaneo, come se uno chiedesse di farsi passare il sale a tavola».

Che tipo di lavoro avete fatto sulla lingua?

«Niente di specifico. Nel film si parla come credo parlino le persone a Sassari oggi. Principalmente in italiano e magari utilizzando a volte il dialetto solo per rafforzare un concetto».

Il film è ancorato alla realtà, però a un certo punto è presente una sorta di digressione onirica. A cosa serviva?

«Sì, sogna prima una ragazza e poi la madre. Un ricordo misto al sogno che mi serviva per sottolineare quello che ha dentro il personaggio, la sua gabbia mentale».

E la voce off inserita in un paio di punti?

«Credo sia utile per avvicinare un po' di più lo spettatore al personaggio. Però non mi andava di farlo con una voce didascalica, ma dare uno spunto per raccontare la percezione del mondo che ha, soprattutto quella del bene e del male. Una percezione infantile».

Dopo Locarno qual è sarà il futuro del film?

«È stato intanto già selezionato al festival di Montreal. La speranza è che venga visto da più persone possibili. Adesso siamo appena all'inizio».

Un grande inizio a un festival così importante.

»Per me il viaggio di questo film è iniziato quando ho cominciato a scriverlo. Mi interessava raccontare una storia contemporanea, di personaggi comuni, però speciali allo stesso tempo. Com'è Angelo. E poi partire dalla paura. Anche personale. Paura dell'incertezza, di essere inadeguati, senza affetti, senza sapere quel che si desidera. Mi sono chiesto quale fosse la cosa più brutta che mi potesse capitare e da lì sono partito. Ora devo dire la mia vita è cambiata, ho un figlio. Ma è stata un'esperienza dura. Quando un film è sincero, parla di una cosa che conosci bene, devi scavare dentro te stesso. E quando lo scrivi ti fa paura. Quella stessa paura però ti fa sentire che è vero, che ha forza, che è la strada giusta»

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