Uno schiaffo violento dato con “Perfidia”
Locarno accoglie positivamente il film di Bonifacio Angius
INVIATO A LOCARNO. Ascoltando Nat King Cole può nascere l'intuizione che mette insieme i pezzi di una storia, il titolo cercato per identificare quello che si vuole raccontare. Bonifacio Angius voleva un termine secco per dare un nome al suo film. Forte come la vicenda portata sul grande schermo al suo primo vero lungometraggio (dopo l'interessante "Sa grascia" che durava circa un'ora). Arriva come uno schiaffo violento "Perfidia", con un finale non accondiscendente che lascia un profondo malessere usciti dalla sala. Un film si valuta anche da queste cose, quando con sincerità, senza infingimenti, riesce a scuoterti.
Il coraggio di Bonifacio Angius, in un momento il cui il cinema italiano tende a osare sempre meno, è stato premiato dai selezionatori del Festival di Locarno e come dimostrano le reazioni positive all'anteprima mondiale nella città svizzera anche dalla stampa internazionale e dal pubblico (a testimoniarlo anche le tante e vivaci domande prima in conferenza stampa e poi nel forum aperto anche agli spettatori). Più di duemila persone all'auditorium Fevi che ha ospitato la premiere con in sala regista e interpreti principali (Stefano Deffenu, Mario Olivieri, Alessandro Gazale, Andrea Carboni, Noemi Medas). Solo applausi sui titoli di coda accompagnati dalle note della "Cavalleria Rusticana" scelta da Angius (insieme a Carlo Doneddu che ha curato le musiche) un po' anche come omaggio a uno dei suoi registi preferiti: Scorsese che aveva utilizzato la musica di Mascagni nei titoli di testa del suo capolavoro "Toro scatenato". Anche qua l'utilizzo di una musica così poetica funziona nel formare un contrasto tra delicatezza e violenza. Una violenza quella di "Perfidia", nascosta, velata dietro a una calma apparente, all'immobilità che circonda il mondo in cui si muovono i personaggi. Un mondo dominato dall'incertezza e dal vuto. Un mondo perfido.
Il De Niro di Angius è Stefano Deffenu (che ha dovuto prendere oltre 10 chili su richiesta del regista), perfetto nel ruolo di un personaggio borderline (Angelo), con una recitazione monocorde dal punto di vista vocale, ma intensa nelle espressioni del volto e degli occhi. Un personaggio costruito, come raccontato dall'attore, sul vagabondo di Chaplin ma anche sul Travis Bickle di "Taxi Driver". Sorprendente anche la prova di Mario Olivieri, capace di eliminare ogni residuo di recitazione teatrale e in certi momenti a parlare "violentemente" con la sola espressione del viso in primo piano. La direzione degli attori, convincenti tutti, è uno dei grandi punti di forza del film. Interpretazioni che rendono credibile la storia. Soprattutto nella prima metà, quella di presentazione dei personaggi, del rapporto tra il padre e il figlio al centro della vicenda, degli amici di Angelo, e del contesto (l'anonima città di provincia, la disoccupazione giovanile, la solitudine, la visione clientelare per cercare di risolvere i problemi, la religiosità in sottofondo), il film tocca vette di alto cinema. Solo su alcuni momenti nella seconda parte si possono forse fare degli appunti, piccole cose che non indeboliscono comunque il film. Prima del potente finale difficile da dimenticare.
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