Un luogo un mito Caprera e Garibaldi
Quali i motivi che gli fecero scegliere la piccola isola? Dalle spiegazioni storiche di Costa alle ipotesi più fantasiose
di MASSIMO ONOFRI
Il sassarese Enrico Costa, insoddisfatto della reticenza di certi biografi (da Guerzoni alla vedova di Alberto Mario, Jessie White), se lo domandava proprio su “La Nuova Sardegna” nel 1907, due anni prima di morire: perché Garibaldi scelse Caprera come sua residenza? E lo faceva riferendosi al libro d’un altro sardo, Pasquale Cugia, “Nuovo itinerario della Sardegna”. Secondo Cugia – e Costa, nel 1992, aveva suffragato l’ipotesi con un mannello di documenti –, nel 1849, dopo la caduta della Repubblica Romana, Garibaldi è appena approdato a Cagliari su un battello. La gioventù è entusiasta e in tumulto: sicché l’intendente generale Pes, temendo il peggio, ordina che l’eroe dei due mondi sia sbarcato sulla Maddalena. Scrive Cugia: «Forse in tale circostanza Garibaldi fece relazione coll’inglese Collins, che abitava già in Caprera, e concepì il disegno di stabilirvisi – disegno che mandò ad effetto nel 1854». Ci sarebbero volute – corregge però il Costa – le pagine pubblicate da Angelo Falconi nel 1902 per rimettere le cose a posto e negare, nella vicenda, un qualche ruolo del Collins.
Come si fa a resistere a Enrico Costa, alla sua passione e al suo puntiglio, tanto più dopo aver letto le lettere tra gli intendenti di Cagliari e Sassari sulla spinosa questione di ordine pubblico da lui recuperate negli archivi? Come si fa a non accogliere l’opinione dell’uomo di cui una Deledda già famosa si dichiarava discepola? Del valente e dovizioso scrittore che lasciò in eredità ai posteri tanta di quella materia folclorica e antropologica con cui certi scrittori etnici di oggi, che non gli valgono l’alluce, vivono di rendita, contenti di recitare a soggetto per continentali in cerca di brividi esotici? Epperò, continua a intenerirmi la spiegazione che, nel 1866, ignorato dal Costa, si era dato l’ingegnere Eugenio Canevazzi, il quale, nel suo opuscolo intitolato “Garibaldi a Caprera”, pubblicato a Bologna dalla Tipografia del Giornale di Agricoltura del Regno d’Italia detta degli Agrofili Italiani, così scriveva: «Nel 1855 un viaggiatore di statura mezzana e ben tarchiato della persona, mosso dall’amor di caccia e da curiosità, approdava ad un’isola del mar Tirreno». Il cacciatore, dal passo «maestoso» e la fronte «spaziosa e prominente», con lo sguardo «vivace» e «lunghi e d’un biondo assai caldo i capelli», è Garibaldi. L’isola è Caprera: «Incolta, quasi deserta» e «ingombra di massi granitici», ma che, col suo «cielo ridente», col «clima dolcissimo», tranquilla e solitaria com’è, produsse «in lui un’impressione soave e profonda e un’attrattiva possente sì da deciderlo ad acquistare una parte dell’isola per fissarvi dimora».
In effetti, a essere celebrato qui non è il Generale imbattibile, ma l’«agronomo conquistatore», colui che da solo, con la sua grande intelligenza e lungimiranza, redime la terra aspra e la rende opulenta. Perché – come il Canevazzi ci lascia intendere – Garibaldi non è un semplice mortale. E se decide di dedicarsi al grano (al vino o all’olio), è chiaro che gli verrà più alto e biondo, più abbondante, di quello prodotto dagli altri. Anche la qualità del letame che concimerà i terreni, se sarà lui a occuparsene, sarà infinitamente superiore, nettare e ambrosia insomma. Dal 1854 in poi, Caprera sarà centrale nella sua vita: dentro una specie d’incredibile extraterritorialità. Se deve andare in esilio – dopo l’Aspromonte per esempio – è a Caprera che sarà inviato. Se, invece, cerca riposo – come dopo Teano–, è ancora a Caprera che ripara. Diciamolo chiaro: senza Caprera e il suo mito, Garibaldi sarebbe uno dei tanti Che Guevara peregrinanti per il mondo, di rivoluzione in rivoluzione. Ma Garibaldi è Garibaldi: ci piaccia o no.
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