Buggerru ricorda la strage operaia
Anche il governatore Pigliaru alla commemorazione dell’eccidio dei minatori
INVIATO A BUGGERRU. Il 4 settembre di 110 anni fa a Buggerru, durante uno sciopero di protesta contro le durissime condizioni di lavoro, vennero uccisi dai soldati tre minatori, Felice Littera, Salvatore Montisci e Giustino Pittau. Ieri, nella piazza Morti di Buggerri 1904, la commemorazione dell'eccidio è cominciata con la deposizione di una corona di fiori al monumento ai caduti, scandita dal battere dei caschi dei lavoratori dell'Eurallumina, in un crescendo che ha trasformato il suono lento del cordoglio in un urlo di rabbia per il lavoro.
Il ricordo della strage di Buggerru del 1904 ha avuto un solo tema conduttore: la centralità del lavoro, le risposte del sindacato e delle istituzioni regionali a modelli di sviluppo fondati sulla speculazione e sulla negazione dei diritti conquistati dai lavoratori .
«Ricordiamo quello che è accaduto 110 anni fa – dice il segretario generale della Cgil Susanna Camusso, citando Di Vittorio – perché dallo sciopero generale dopo l’eccidio nacque la coscienza sociale del nostro paese. L’Italia, ora, è una nazione dove progressivamente l’industria sparisce, dove l’idea di sviluppo è quella di cancellare i contratti nazionali di lavoro e ridurre i costi. Bisogna ricordare che gli straordinari cambiamenti avvenuti in questi anni sono frutto delle lotte dei lavoratori. Dobbiamo mettere al centro il lavoro. Il lavoro va ascoltato perché è il motore della trasformazione».
Di fronte alle bandiere dei sindacati, il presidente della Regione Francesco Pigliaru parla di occupazione, di modelli di sviluppo e delle strategie della giunta regionale per ridare prospettive all’isola.
«Il modo migliore per commemorare i caduti del 1904 – dice – è quello dei fatti, delle azioni che devono aiutarci a creare lavoro. Questa è la sfida. La storia delle miniere e dell’industria in Sardegna ci insegna che non dobbiamo regalare le nostre risorse a nessuno. Le aziende che vengono da noi a prendere fondi pubblici e quando smettiamo di dare loro i soldi spariscono, non creano sviluppo. Depredare il territorio non è sviluppo. Ci batteremo per tenere aperta l’Alcoa. Abbiamo ancora una possibilità e ce la stiamo giocando tutta. Spingeremo con tutte le nostre forze, al Mise e alla presidenza del Consiglio. Non lasceremo che il governo dimentichi questa vertenza. Bisogna, però – conclude il presidente – creare le condizioni favorevoli all’insediamento e alla permanenza delle industrie, con un’amministrazione di qualità. Le imprese serie hanno bisogno di una controparte seria».
Un appello a Pigliaru, che ha anche i toni di un avviso, viene dal segretario regionale della Cisl Oriana Putzolu: «Lei presidente dice che sta lavorando per la Sardegna. Non lo faccia da solo, si confronti con il sindacato, condivida con noi tutte le strade possibili. Oggi come 110 anni fa il nodo centrale resta il lavoro, la rivendicazione del lavoro attraverso la lotta. Noi non desideriamo fare uno sciopero generale, però, presidente, non ci costringa a farlo».
Un richiamo alla lotta che ritorna nelle parole del poeta minatore Manlio Massole che ricorda l’occupazione delle miniere di San Giovanni nel 1992: «Allora occupammo senza il consenso dei nostri partiti, contro il parere dei sindacati. Una lotta nata da una scelta autonoma dei minatori. Oggi, come allora, se abbiamo fegato, dobbiamo difenderci dai padroni a cominciare dal contratto nazionale di lavoro e dalla difesa dell’articolo 18, senza paura. Se abbiamo fegato e palle». Parole di un vecchio minatore che hanno lo stesso suono delle voci che hanno guidato le rivendicazioni dei lavoratori in oltre un secolo di lotte, per rivendicare la dignità e la centralità dei diritti del lavoro.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
