La Nuova Sardegna

«La fabbrica che uccide»

di Roberta Sanna
«La fabbrica che uccide»

Alberto Prunetti ha presentato il suo libro “Amianto”

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CAGLIARI. Siamo a Marina Café Noir e in questo libro ci sono i morti ammazzati e un killer che colpisce con dardi cristallini ma uccide dopo vent’anni. Manca trovare e punire i mandanti. Il libro è “Amianto” di Alberto Prunetti, appena rieditato dalle Edizioni Alegre.

Non è un noir e nemmeno c’è giustizia, per le vittime dell’amianto e del profitto. Più facile far pagare alla collettività, attraverso un obolo sulla reversibilità Inps a vedove e orfani, che ai colpevoli. Chicco Fresu nell’incontro l’ha presentato come un libro che fa arrabbiare, e questo si capisce. Ma anche ridere. Perché, spiega Prunetti, lui nel raccontare onora il testamento del babbo Renato, tubista e saldatore, che con i calli aveva ereditato la grande arma della dissacrazione, quell’umorismo spontaneo che in una battuta fa ribaltare il mondo.

Insomma, ti aspetti vittime e trovi supereroi, operai che da tutta Italia, Taranto, Sardegna, Veneto, portano una prospettiva dissacrante, mettono in discussione tutto. Anche lì a Piombino, la città-fabbrica dove i figli di operai si sentono egemonici finché al liceo scoprono, bruciante, la subalternità di classe. Pure di questi aneddoti si ride, ben seguendo l’esempio. I Charme de Caroline (Alessandro Muroni tastiera, Marco Noce chitarra elettrica , Nicola Argiento fisarmonica) ben contrappuntano le letture – partecipate, antiretoriche – di Felice Montervino, a rievocare i segnali che hanno mosso la penna dell’autore. “Ma che pioggia fa” si fa marcetta e quella foto con Nada, dove Renato sembra un po’ Belmondo, uscita sul giornale quando già era morto, diventa un richiamo. Insieme alla lettera del patronato che segnala lo scadere dei termini per il riconoscimento della malattia professionale. Infine arriva il sogno in cui Renato raccomanda la cura della sua Audi 1990, che ancora cammina. Del suo lavoro lui raccontava quasi solo cose simpatiche, come le arrostiture di porcello, e poco altro. Però Alberto vedeva le caviglie bruciacchiate e si sentiva dire: «Studia perché la fabbrica è l’ultimo pane».

Renato intanto girava tutt’Italia, dall’Ilva fino a Sarroch e Portovesme, da feticista del sistema linfatico di quei tubi che disegnavano città misteriose, con le loro luci dal fascino indubbio. Alla fine quei raccordi il figlio li ha stretti con la penna. Nella ricerche per ottenere i diritti dovuti Alberto ricostruisce la carriera, e quindi la biografia, di quella vita spericolata. Proprio come Steve MacQueen. Non è soltanto il verso di una canzone, non sono tutti i film di quell’attore dagli occhi azzurrissimi visti col babbo. È il lungometraggio onirico proiettato dall’autore in cui alla fine si ritrovano tutti – Taranto, Bagnoli, Sulcis e Maremma e pure le donne che le tute hanno lavato e respirato – insieme a Steve, hollywoodiano ex piastrellista, ucciso pure lui dal dardo cristallino, mentre vibra forte una versione cupa e nervosa di working class hero. Se vuoi essere un eroe, seguimi e basta.

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