La Nuova Sardegna

Un paesaggio incerto, tra lavoro e precarietà

Condizione femminile e universo produttivo: a Cagliari il libro di Sandra Burchi e Teresa di Martino

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CAGLIARI. A ricomporre come un paesaggio le riflessioni delle donne sul lavoro e sulla crisi, tutto si può dire tranne che esse non siano lucide e preziose per tutti. Come dimostra il dibattito che si è sviluppato alla Libreria delle donne di via Lanusei, in occasione della presentazione del volume curato da Sandra Burchi e Teresa di Martino “Come un paesaggio: pensieri e pratiche tra lavoro e non lavoro”,edito da Iacobelli.

Il lavoro precario è il tema che unisce come un filo rosso diciotto saggi scritti secondo prospettive ed esperienze generazionali differenti. «Il libro nasce dal desiderio di fare ordine nel pensiero femminile sul lavoro esattamente come si fa ordine in una casa: disponendo i discorsi nello spazio presente», ha spiegato Sandra Burchi, ricercatrice (precaria). «Il paesaggio è il risultato dell'incontro sul piano scientifico e disciplinare».

Divise per categorie – giuriste, economiste, giuslavoriste, sociologhe – le studioese tracciano i “Paradigmi” del pensiero; nei “Crinali” le donne impegnate nelle professioni mettono in evidenza le contraddizioni partendo dall'esperienza; le attiviste e le giovani in prima fila, riprendono parola e spazio nell'agire politico. La discussione diviene appassionata intorno all'equazione lavoro=reddito=emancipazione che tanto ha significato per le donne nel Novecento.

«Ragionare oggi di lavoro significa evitare due cornici che imbrigliano il discorso: il mito della crisi e la precarietà che schiaccia esperienze di lavoro diverse in una tautologia. Bisogna invece interrogare la vita, ripartire dalle esperienze e ridiscutere il lavoro».

La fine del lavoro coincide con un nuovo inizio se si parla, ad esempio, di “reddito di cittadinanza”. «La precarietà schiaccia tante vite – ha detto Teresa di Martino, giovane giornalista precaria – Uscire dall'emergenza lavoro grazie al reddito di cittadinanza, significa ridefinire il mercato del lavoro per chi oggi 30 anni».

Fatti salvi i ritardi del sindacato e le discussioni sul Jobs Act, i diritti di cittadinanza non si definiscono più sul lavoratore. Oggi il lavoro non dà più accesso ai diritti, le politiche di inclusione marginalizzano fette ampie di mondo e perfino la femminilizzazione delle professioni ha prodotto maggiore sfruttamento economico. Ma la precarietà mette in difficoltà le vite e i corpi: togliere il lavoro dal centro significa pensare un welfare sganciato dal lavoro. La mancanza di lavoro crea uno sgomento che bisogna affrontare diversamente, perché «il mercato del lavoro colpevolizza il soggetto che non fa mai abbastanza per meritare un posto e una prospettiva stabile – hanno sostenuto le curatrici –. Crea una trappola per cui non sei mai all'altezza. Il sistema economico-sociale ha eliminato la corrispondenza tra lavoro e reddito, il lavoro è stato impoverito e allora bisogna almeno togliersi di dosso quel “ancora non è il tuo momento, non sei pronta”. Vuol dire che il mondo del lavoro è pensato per un altro corpo. E il reddito di cittadinanza non significa andare contro la Costituzione fondata sul lavoro, significa ripensare il lavoro a partire dai bisogni reali (diritti generativi), dai desideri, dalle relazioni». Anche perché il profitto si fa altrove.

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