Francesco Cito: «Giro il mondo ma amo l’Isola»
Una mostra e un libro del fotoreporter a Olbia. La realtà negli scatti di un protagonista
di Antonio Mannu
OLBIA.. «La Sardegna? Uno dei posti che amo di più, mi piacerebbe viverci se potessi» Francesco Cito è considerato uno tra i migliori foto-giornalisti italiani. Ha girato il mondo per lavoro, trascorrendo lunghi periodi in paesi coinvolti in guerre, conflitti o tensioni internazionali. L’Afghanistan, «che è stato il mio battesimo del fuoco», il Libano, l’Arabia Saudita, l’Iran, la Bosnia, il Kossovo. Ma la terra a cui è più legato, che sente in modo particolare, è la Palestina. Tra le storie che ha raccontato, c’è quella del muro tra Cisgiordania e Israele. Tema di una sua mostra che sarà esposta ad Olbia, dal 10 al 12 ottobre, in occasione di Storie di un Attimo-Festival Popolare della fotografia. Sempre nell’ambito del festival oggi sarà presentato, alla presenza dell’autore, il suo libro fotografico “Afghanistan, la guerra infinita”, curato da Marco Navone.
«Ho visitato per la prima volta la Sardegna a metà anni ottanta, per un lavoro sui sequestri di persona per Epoca. – racconta – . Sono stato in Barbagia, a seguito delle forze di polizia. Un lavoro faticoso, con incursioni in luoghi impervi ma di grande bellezza. Poi nel 96 sono stato invitato a Castelsardo per uno stage. Così ho conosciuto meglio l’isola ed oggi ho dei carissimi amici».
Conosce l’ambiente fotografico sardo?
«Si. La fotografia avvicina, crea amicizie. Per me l’amicizia è importante, più della fotografia, che nella mia vita è quasi tutto».
Ad Olbia presenta un libro sull’Afghanistan, che ha visitato clandestinamente durante l’occupazione sovietica? «All’epoca stavo in Inghilterra, lavoravo come fotografo, avevo cominciato a far qualcosa per il Sunday Times e altre testate. Era il lavoro che volevo fare. Ma sentivo che mi mancava un’esperienza forte, una situazione in cui fosse vietato sbagliare, senza possibilità di replica, dove una foto o la fai o non la fai. La prima occasione è stata l’invasione dell’Afghanistan. Ho cercato di ottenere un visto. Mi è stato negato più volte ed ho deciso di entrare clandestinamente, unendomi a delle formazioni della guerriglia. Ci ho passato tre mesi».
Il tema della mostra che presenta ad Olbia è il muro che separa Israele e Cisgiordania...
«Il muro nasce durante la seconda Intifada, quando esplode il fenomeno dei kamikaze e Israele decide di costruirlo come forma di difesa. Io però non credo che un muro di novecento chilometri abbia fermato i kamikaze, penso si siano fermati per altre ragioni e quella separazione sia stata costruita per isolare due comunità che abitano la stessa terra e dovrebbero vivere in pace. Con il muro Israele si è appropriato di altre porzioni di territorio, ma queste sono mie congetture e, diceva Andreotti, a pensar male si fa peccato..».
E socialmente. Qual è l’impatto della fotografia ?
«Molto è cambiato in questo senso. La fotografia serviva a raccontare storie anche complesse, a trasmettere una testimonianza. Forse anche a fermarsi un attimo, non solo a fermarlo. Oggi viviamo un diluvio di immagini. Negli ultimi anni si sono prodotte molte più fotografie di quante se ne siano fatte dalla sua invenzione. Quante saranno domani le immagini icone di un tempo e di una storia?».
Cosa rende una fotografia un’icona?
«Il fatto di raccontare in maniera unica e irripetibile un avvenimento o un’epoca. Il miliziano di Capa, la bambina vietnamita che fugge nuda, la bandiera issata ad Iwo Jima, il bacio parigino di Doisneau. Alcune di queste foto sono messe in scena. Una, la famosa foto di Capa, è stata discussa, analizzata, ha generato un dibattito, che ancora prosegue, sulla sua veridicità. Certi dibattiti forse appartengono alla serie purché se ne parli. Se la foto di Capa sia “vera” o una totale o parziale messa in scena è una questione ma a questo punto credo sia poco importante. Quella fotografia racconta un’epoca. Di immagini costruite ne sono state fatte tante, ad esempio Iwo Jima. Ma quella foto è storia. Credo che la veridicità assoluta dell’immagine sia di relativa importanza. Se racconta un fatto ed è fotografia, cioè basata su una realtà esistente, che ci sta di fronte, a me va bene».
Fotografa in pellicola o in digitale?
«In bianco e nero scatto in pellicola, per il colore uso il digitale».
Cosa è cambiato con il digitale?
«In generale si fa una fotografia più compulsiva, meno meditata. Con l’analogico si rifletteva di più, per tanti motivi, anche economici».
Come definirebbe oggi un fotografo?
«Uno che non si vuole troppo bene».
E come lo avrebbe definito quando ha cominciato?
«Uno che vuole fare il mestiere più bello del mondo. La vedevo così. Ed era vero!».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
