Bukowski si è perso dentro la solitudine
A “Marosi di Mutezza” un ritratto del celebre scrittore Un poco convincente “Vivo” del gruppo Rossolevante
SASSARI. La prosa secca eppure ridondante di enumerazioni, i versi dal passo prosastico: è Bukowski, con le sue ossessioni – le sue ordinarie storie di follia – il protagonista di «Vivo», lo spettacolo prodotto dalla compagnia Rossolevante e visto giovedì al Civico, nella seconda giornata di Marosi di Mutezza (in cartellone con «Rosencreantz e Guildenstern sono sardi», di Antas Teatro). Antonio Sida, solo in scena per quasi tutta la pièce, dà corpo all’alter ego dello scrittore, familiare a ogni lettore di Bukowski, e voce alle sue pagine: una serie di brani, interpolati nella drammaturgia di Juri Piroddi, curatore anche della regia. Nel primo quadro, in semioscurità, il personaggio è intento a una forsennata, e scoordinata, seduta di boxe. Un intervallo di buio e lo scopriamo nella sua stanza – un divano disposto frontalmente in fondo al palco –, al risveglio da un incubo. Ecco che inizia, così nel programma di sala, «un giorno nella vita di un – ancora poco noto – scrittore ubriacone di 55 anni». Si sveglia, salta in piedi vomitando, inciampa in bottiglie semivuote e ne beve ogni fondo. E parla, instancabilmente parla. Alla fine decide di uscire, accompagnato da una lieve transizione scenica, sulle note – questa come le successive – di un brano di Tom Waits. Si continua coi temi noti: corse all’ippodromo, alcol, sesso. Il ritorno a casa – in una chiusura a cerchio dello spettacolo – vede l’ingresso in scena, silente, di Linda, la compagna più volte evocata. Portare in scena uno spettacolo su Bukowski è una sfida insidiosa, se non altro per il confronto con una figura in cui il mito supera, e non di poco, l’opera: è arduo, in simili casi, operare la scelta e dare a questa un senso. Quella di «Vivo» pare andare in due sensi: il primo mira a contrastare quel sentimento, oggi imperante più che mai, del politicamente corretto; il secondo calca il segno sul solco della solitudine.
Ne vien fuori un impianto, insomma, di non particolare originalità, che nulla aggiunge all’opera dello scrittore; nello stesso modo, la messa in scena, a iniziare da una scelta esteriore – quella musicale – piuttosto banale per finire con una prova attoriale generosa, sì, ma ripetitiva anzi che no, non basta a sostenere questo impianto, che, pur mostrando un’impennata nel finale, non sfugge a una debolezza di fondo.
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