La Nuova Sardegna

Se in scena va un’autentica operazione culturale

di Franco Enna
Se in scena va un’autentica operazione culturale

La commedia “Il gatto prigioniero” sul carcere di San Sebastiano scritta da Cosimo Filigheddu

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La Compagnia Teatro Sassari è forse l'unica compagnia teatrale sassarese in grado di mantenere un rapporto fortemente autoctono con la città, senza dover necessariamene raccontare sul palcoscenio storie in "linga sassarésa": basta che l'autore del testo teatrale e la Compagnia riescano a ricreare un certo clima di partecipazione emotiva, mescolato ad un sano sarcasmo, e il gioco è fatto. Ovviamente occorre un autore "di razza" affiché questo accada.

Se però questo autore si chiama Cosimo Filigheddu, e cioè uno di quei "vecchi" giornalisti tuttofare della Nuova Sardegna, tutto si chiarisce. Cosimo sa parlare il sassarese, ma non ha bisogno di dimostrarlo, perché le sue opere teatrali si sviluppano in un'ambientazione facilmente riconoscibile.

L'esempio più chiaro di questa premessa è data dall'ultima commedia, intitolata "Il gatto prigioniero", che è ambientata nel vecchio carcere di San Sebastiano, famoso per la sua predisposizione logistica, e cioè proprio a ridosso del tribunale e letteralmente abbarbicato fino alle nuvole, tanto da garantire qualunque impossibilità di fuga... tranne che per "su piseddu" Graziano Mesina: ma questa è un'altra storia, che Filigheddu ha appena accennato nel suo testo teatrale, forse per non offendere i vecchi custodi della Legge. «Del resto - racconta in una nota a parte lo stesso Autore -ci vorrebbe troppo a tracciare la storia degli ultimi vent'anni, basti ricordare che un luogo istituzionalmente adibito a una espiazione nella via della redenzione ... era in realtà una struttura malsana e cadente: celle superaffollate, cessi alla turca dentro alla cella stessa, dove ci si liberava praticamente davanti a tutti mentre l'angusto locale a ogni deiezione si riempiva di fetore».

Oggi quel carcere non esiste più, perché è stato sostituito da quello di Bancali: un luogo così deprimente da scoraggiare qualunque tentativo di fuga... ma anche con qualche cesso in più.

Il gatto prigioniero in questione è un vero gatto orbo, che ha rifiutato volontariamente di recarsi a Bancali ed è rimasto imperterrito e solo nei meandri dell'antico castello. Nella nostra commedia, il gatto orbo è accompagnato da una sorta di fantasma femminile: un'ex infermiera che in tantissimi anni di partecipazione alla vita e alla morte di carcerati vecchi e giovani ha imparato a conoscerli uno per uno, senza dimenticarne nessuno. Il personaggio in questione gode dell'irrestitibile interpretazione di Teresa Soro, che porta a spasso per il palcoscenico non solo il gatto orbo, ma soprattutto la denuncia di una società che non sa garantire il senso di recupero sociale dei carcerati, e che anzi, talvolta, ne garantisce l'abbruttimento in ogni suo aspetto. Ma tutto il copione mantiene un ampio respiro di malversazione "gratuita" e di denuncia; grazie anche all'interpretazione di ottimi attori e ottima regia.

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