La Nuova Sardegna

Gregory Porter stella del canto jazz

di Walter Porcedda
Gregory Porter stella del canto jazz

Il cantante e compositore americano conquista Cagliari Al Comunale un concerto di straordinario livello

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CAGLIARI. Una voce unica unita a spiccati doti compositive fanno di Gregory Porter la più elettrizzante novità del panorama jazz vocale americano. Anche se di primo acchito a vederlo sul palco, imponente com’è, con indosso un buffo copricapo e un sorriso più vicino a una smorfia, sembrebbe un gigante del basket capitato per caso su un palco piuttosto che un jazz singer. E invece bastano pochi secondi per scoprire che incredibile vocalist è questo jazzista di Los Angeles che ha una vaga rassomiglianza con Thelonius Monk. Allora non basta che chiudere gli occhi concentrandosi sulla voce, assolutamente e magicamente “black”, ricca di sfumature timbriche, venata di pathos e blues profondi per capire così di trovarsi davanti a una nuova star del canto, come da tempo non accadeva. Sin dalle prime battute è una grande serata. Arricchita da un pubblico caloroso che riempie festoso la platea del Comunale per il live allestito da Jazz in Sardegna, e chiederà poi a gran voce al termine del set due bis. Una serata di quelle che diventano indimenticabili, buon viatico e un po’ risarcimento anche per quella ferita che fa male ancora dei concerti estivi tagliati, per volontà del Comune, dal Parco della Musica.

Gregory Porter sa conquistare il pubblico da consumato crooner, alternando esplosive e dirompenti cavalcate sull’onda del funky a carezzevoli e intimistiche ballate soul dove la voce riecheggia le tradizioni spiritual e il canto gospel. Un oliatissimo repertorio dominato dai brani del recente “Liquid Spirit” che gli è valso nel 2013 l’ambitissimo Grammy Award come album jazz vocale dell’anno. Una consacrazione insomma che giunge dopo gli altri, altrettanto imperdibili dischi, “Water” del 2010 e “Be good” del 2012.

Sostenuto in modo superlativo da una band stratosferica – dall’abile pianista Chip Crawford al solido contrabbassista Aaron James e il drummer Emanuel Harrold fino al virtuoso e straripante sax di Yousuke Satoh – inaugura il set con “Painted on Canvas”aprendo le porte della sua personale Harlem, culla del jazz newyorchese (“On my way to Harlem”) dove i rimandi sono quasi all’estremo: dalla tradizione delle grandi orchestre sino al fantastico Marvin Gaye al quale la voce di Porter sembra a tratti evocare. Dentro la bellissima immersione in “Liquid spirit” (da “No love dying” alla stessa title track seguita da “Hey Laura” , “Wolf Cry” e Musical Genocide”) trova posto anche una strepitosa versione di “Lonesome Lover” di Max Roach cantata nell’album “It’s time” del 1962. Ma è il finale a sorpresa che lascia di stucco. Porter canta con una tecnica sopraffina, da solo e senza accompagnamento sul palco annegato dalle luci rosse e blu, una emozionante “Mona Lisa” cavallo di battaglia di Nat King Cole scritta dal duo Ray Evans e Jay Livinston e diventato ormai uno standard solo per vere stelle. Come è Gregory Porter. Un cantante che è una gioia ascoltare per la sua voce calda, dalla tecnica potente ma mai ingombrante. Una vera star insomma.

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