La Nuova Sardegna

Quel cuoco truffatore ora sembra sassarese

di Cosimo Filigheddu
Quel cuoco truffatore ora sembra sassarese

“La gana di lu cuzineri” una grande prova del Teatro Sassari

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SASSARI. "I casi sono due" di Armando Curcio è un classico della commedia napoletana che dal 1941 attraversa i palcoscenici italiani. E' come una bella cabaletta che conoscono tutti.

Se la fai bene viene giù il teatro dagli applausi, se sbagli sono fischi.

A Mario Lubino sono toccati applausi a scena aperta per "La gana di lu cuzineri", coraggiosa e riuscita riscrittura in lingua e spirito sassaresi della commedia di Curcio (replica sabato alle 21 e domenica alle 19 al Palazzo di Città, ex teatro Civico).

Coraggiosa perché a renderla popolare fu niente meno che Peppino De Filippo. Il quale nel 1966 ne ritagliò il personaggio centrale, il cuoco Vincenzo Esposito, e creò la maschera di Pappagone.

Si pensi quindi su quale scivoloso terreno di confronto la Compagnia Teatro Sassari abbia lavorato per questa trasposizione condotta dallo stesso Lubino, autore della riscrittura e principale interprete, e dal bravo Alfredo Ruscitto, regista e tra gli interpreti.

Lubino si è esibito in una magistrale recitazione che ha anche sapientemente strizzato l'occhio al grande Peppino con citazioni apparentemente casuali e in realtà incastonate in un progetto e in uno stile assolutamente personali dell'attore sassarese. Il cuoco nato napoletano è stato ridipinto di segno e indole turritani.

Ma qual è in fondo la differenza tra un irresistibile malandrino del rione Sanità o di Forcella e il suo omologo di vicolo Isabelline o di Sant'Apollinare?

Insomma, l'ennesima dimostrazione da parte di Teatro Sassari dell'esistenza di una koinè non solo filologica: dignità comune per ogni cultura e ogni lingua.

La commedia di Curcio è una collaudata macchina drammatica di climax comici. Ma c'è anche una vena di malinconia nella vicenda del barone Ottaviano del Duca e della baronessa Aspasia. Senza eredi, circondati da numerosa servitù: lui ipocondriaco, lei riversa tristemente sul cane Medoro il desiderio frustrato di maternità. E su tutti domina l'irresistibile figura del cuoco truffatore e cinico, che arriva persino a mettere Medoro a bollire in pentola.

Ma del resto tentate voi di fare capire a un simile cristiano che il cane nella gerarchia della casa conta più di lui.

Un sapore agrodolce che Mario Lubino ha reso destrutturando il personaggio e ricomponendo un Vincenzo tutto sassarese, rendendo persino le fantasie lessicali e le polisemie dal trascinante effetto comico di cui è condita l'opera di Curcio.

Notevole anche la prova di Teresa Soro: il personaggio Aspasia ha dovuto fare i conti con la forte personalità e l'inconfondibile cifra dell'attrice in una recitazione fondata su uno straniamento in cui l'Aspasia-Soro sembra quasi ridere dell'avvizzita Aspasia consorte del tremebondo Ottaviano (un bravo Emanuele Floris). Bravi anche Antonietta Toschi Pilo, Paolo Colorito, Pasquale Poddighe e Michelangelo Ghisu.

Mentre le luci e la parte fonica di Marcello Cubeddu hanno contribuito a tenere alto il livello dell'allestimento.

Cosimo Filigheddu

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