Ebola e globalizzazione Nessuna risposta da un mondo chiuso
di Alessandro Aresu L'anno scorso Oxford Dictionaries ha incoronato “selfie” come parola dell'anno. Due parole importanti del 2014, invece, non hanno nulla a che fare con la moda dell'autoscatto, ma...
di Alessandro Aresu
L'anno scorso Oxford Dictionaries ha incoronato “selfie” come parola dell'anno. Due parole importanti del 2014, invece, non hanno nulla a che fare con la moda dell'autoscatto, ma ci parlano di un mondo più serio e tormentato. Le due parole sono “Isis” e “Ebola” e hanno caratterizzato la nostra percezione del Medio Oriente e dell'Africa in questo anno complicato.
Partiamo da una storia scientifica. Sulla rivista “Science” del 12 settembre c'è un articolo che chiarisce l'importanza delle nuove tecnologie genomiche per apportare informazioni rapide sulle origini, la dinamica di trasmissione e l'evoluzione del virus Ebola. L'articolo ricorda i test portati avanti nell'ospedale di Kenema, in Sierra Leone, a partire dal mese di marzo. L'ospedale si è attrezzato a lottare contro Ebola a partire dall'esperienza maturata contro la febbre di Lassa dalla squadra di Sheikh Humarr Khan, succeduto al dottor Aniru Conteh, il massimo esperto mondiale di questa patologia.
“Nature” stima che la febbre di Lassa infetti da 300.000 a 500.000 persone l'anno e ne uccida tra le 5.000 e le 20.000: tra loro, lo stesso Conteh nel 2004, per un incidente sul lavoro. L'articolo su “Science” è firmato da più di 50 persone, come si addice a un'impresa collettiva, ma contiene un triste “in memoriam”: cinque dei coautori (lo stesso Sheikh Humarr Khan e altri ricercatori e operatori medici della Sierra Leone, Mohamed Fullah, Mbalu Fonnie, Alex Moigboi, Alice Kovoma) hanno perso la battaglia con Ebola.
Pardis Sabeti, genetista computazionale di origine iraniana del Broad Institute del MIT e di Harvard, aveva lavorato con la squadra di Kenema fin dal 2008 per tracciare il percorso genetico del virus e per l'estate aspettava Sheikh Humarr Khan in visita di studio a Boston. Un recente articolo del “New Yorker” racconta la storia struggente del rapporto tra il team della Sierra Leone e quello del Broad Institute: la trasmissione dei dati, le email, il senso di abbandono, la ripresa dei tentativi e la canzone che la dottoressa Sabeti ha dedicato ai suoi colleghi africani. Queste reti e relazioni sono un volto della globalizzazione che troppo spesso tendiamo a sottovalutare: confini che diventano legami, invece di frontiere chiuse. La scienza è un'impresa collettiva e globale, con un modus vivendi ben diverso dalla paranoia e dal razzismo più o meno nascosto che spesso influenzano la percezione pubblica di Ebola. Ricordo che negli Stati Uniti, dopo la morte di Thomas Eric Duncan in Texas l'8 ottobre, la paura di Ebola è stata agitata più volte dai politici impegnati nelle elezioni di metà mandato. A ben vedere, la questione Ebola tocca anche un grande tema geopolitico: la debolezza del multilateralismo. In sintesi, all'indomani della fine della guerra fredda l'Occidente si è diviso tra un'interpretazione dello scacchiere mondiale legata al primato degli Stati Uniti e un'idea di potere più condivisa, attraverso le istituzioni internazionali. A ben vedere, nessuna idea dell'ordine mondiale si è realizzata: i problemi globali (come le grandi sfide ambientali e sanitarie) restano, le soluzioni globali e le risorse latitano, le nuove potenze non sono ancora attori di riferimento su questi temi e spesso ci si perde in un circolo vizioso di accuse reciproche. È tornata un'idea della sovranità come «diritto a fare i fatti propri entro i propri confini», ma cosa succede quando siamo in presenza di minacce globali?
La geopolitica di Ebola, nella crisi che a fine ottobre ha ucciso quasi 5000 persone, riflette questa situazione disordinata: l'Organizzazione Mondiale della Sanità è stata criticata per la sua risposta al virus, considerata troppo lenta e timida, ma il bilancio biennale dell'organizzazione ha subito tagli notevoli, superiori al 20%, dai quasi 5 miliardi di dollari nel 2009-2010 ai 3,98 miliardi di dollari nel 2014-2015. Tra gli altri attori globali, senz'altro Medici senza Frontiere ha un ruolo essenziale. Secondo gli ultimi dati, l'organizzazione è sul territorio con sei centri e quasi 3.300 operatori, che hanno trattato circa il 60% dei casi registrati. La loro azione non si limita soltanto a Ebola: per esempio, di recente hanno iniziato a distribuire in Liberia farmaci antimalarici, dato che è diventato più difficile ottenerli con la crisi in corso. Tra i donatori privati, il contributo di Mark Zuckerberg è stato superiore a quello di numerosi Stati, e la Gates Foundation ha consolidato il suo ruolo nelle politiche sanitarie internazionali. Tra i paesi, l'esempio positivo di Cuba, che ha fornito in breve tempo le risorse più importanti (i medici e infermieri sul campo), è stato elogiato perfino da Samantha Power, ambasciatore statunitense presso le Nazioni Unite. Negli aiuti ufficiali per fronteggiare Ebola, è essenziale evitare l'effetto-annuncio: le risorse promesse dagli Stati, come ha mostrato un grafico di One.org del 29 ottobre, sono state per ora distribuite solo in una piccola parte.
La maggior parte dell'attenzione, ovviamente, è sull'Africa occidentale. La Banca Mondiale ha stimato per Guinea, Liberia e Sierra Leone un costo in termini di PIL per il 2014 di circa il 3%, che purtroppo potrebbe salire molto nel 2015 per Liberia e Sierra Leone in caso di difficoltà di contenimento.
Allo stesso tempo, esistono anche esempi positivi: Calestous Juma ha analizzato la strategia che ha portato alla sconfitta del virus in Nigeria (dichiarata ufficialmente il 20 ottobre), attribuendola a un felice coordinamento istituzionale, che ha coinvolto gli stati della Federazione (soprattutto il Lagos), le università, gli ospedali.
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