La Nuova Sardegna

Il maestro che dava del lei ai redattori

di GIACOMO MAMELI

Scrupoloso e severo ha formato generazioni di cronisti per i quali era un modello

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di GIACOMO MAMELI

Un maestro. Un redattore capo scrupoloso e severo, talvolta graffiante, con giornalisti ventenni che allora - anni Sessanta del secolo scorso - erano soprattutto un manipolo di "abusivi" che popolavano la redazione de L'Unione Sarda in viale Regina, al civico 14 del primo piano, al Terrapieno di Cagliari. Prima che svettasse sugli allori nazionali per l'intervista scoop a Graziano Mesina latitante sul Supramonte (finanziata dalla Domenica del Corriere che aveva in esclusiva le foto di Vittorio Lojacono) era uomo di desk, il numero tre del quotidiano di Cagliari dopo il direttore-mito Fabio Maria Crivelli e il vicedirettore Franco Porru. Quando quest'ultimo era in ferie o di riposo, il giornale lo impostava lui, Angelino Demurtas, "il dottor Demurtas", come lo chiamavano giovani pieni di entusiasmo ma decisamente timidi, spesso muti. L'altro maestro-big di cronisti di razza era Vittorino Fiori, capo della cronaca di Cagliari.

Alle tre del pomeriggio Demurtas voleva che le cartelline fossero tutte allineate sulla sua scrivania con i lanci dell'Ansa e delle poche agenzie che allora esistevano: politica interna, esteri, cronaca nazionale, Medio Oriente, spettacoli, sport. Nel giornale fatto dalle linotype si impostava il menabò in attesa del Direttore. E si imparava, giorno dopo giorno, a capire la gerarchia delle notizie. Quando poi c'era il fatto di cronaca sarda (anni caldissimi di sequestri di persona, faide, assalti alle corriere, delitti a catena soprattutto nel triangolo ribollente della Barbagia) era "il dottor Demurtas" a organizzare "i servizi". Inviando sul campo professionisti del calibro di Giorgio Melis, Tarquinio Sini, Antonio Castangia, Arturo Clavuot. Seguiti da un fotografo-reporter dello spessore di Aldo Pizzi.

Era Demurtas a rifiutare fin quando era possibile le foto d'archivio, voleva sempre «immagini nuove, fresche, almeno inedite». Perché - sentenziava - «l'archivio Le dà cose vecchie». Ai ragazzetti che gli stavano davanti - e ai quali si rivolgeva sempre con un imbarazzante "lei" - domandava: «Ripubblicherebbe un articolo uscito un mese fa? E allora perché la foto sì?». Davanti ai fatti-boom l'inviato di punta – nella penisola e in Sardegna – era Angelino Demurtas. Andrebbero rilette alcune pagine di giornali formato lenzuola in corpo sette: la strage di Ollolai nella notte di San Silvestro del 1966 (un bimbo assassinato a colpi di mitra davanti al nonno e alla nonna che guardavano la tv), le cronache del processo di Perugia contro un commissario di polizia accusato di aver ucciso, soffocandolo con un fazzoletto, un detenuto di Fonni durante un interrogatorio in questura a Sassari. Le cronache di alcuni sequestri di persona. Pezzi che i giovani abusivi-praticanti tenevano come Bibbie per poter seguire quella traccia, quei "cappelli" tanto essenziali quanto efficaci. Frasi brevi, «mai due pronomi relativi nello stesso periodo» e soprattutto «guai alle frasi fatte».

A Cagliari era arrivato dal paese della sua famiglia, Ulassai, cuore dell'Ogliastra dei tacchi calcarei, al quale era rimasto molto legato. Perché dopo Maria Lai è stato "Angelino Demurtas, il figlio dell'ispettore scolastico Daniele" uno dei suoi figli esemplari. Negli ultimi anni, prima che morisse la grande artista, quando la salute glielo consentiva, frequentava "La Stazione dell'arte" creata dove sorgeva la vecchia ferrovia che, col trenino, portava Angelino a studiare prima a Lanusei poi a Cagliari. Cominciò al cattolico Quotidiano Sardo, poi L'Unione, servizi per TV7, quindi La Nuova Sardegna. La sua ultima volta ad Ulassai, 4 anni fa. Era nella zona delle grotte "Su Marmuri" in una giornata di sole con cielo blu sardo e il mar Tirreno in fondo alla valle del Pardu: «Eppure – aveva detto – questa Ogliastra è bella. Io, laico, davanti a questo panorama credo in Dio".

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