Landini: isola in difficoltà ora servono investimenti
Il segretario della Fiom guida il corteo dei 3mila operai che chiedono lavoro Attacchi continui alla politica del governo Renzi che penalizza le fasce deboli
CAGLIARI. La parabola è illuminante, dal palco, davanti ai tremila abbondanti della piazza. Bandiere Fiom e Cgil al vento, striscioni da ogni angolo della Sardegna, felpe rosse, altre blu, macchiano la folla, in sottofondo le note di Bella ciao e il vociare della gente che orgogliosa saluta il vicino come si faceva una volta, così: ben trovato, compagno. Poi tutti in silenzio ad ascoltare il versetto satanico, satirico, tirato fuori fra i mille a disposizione dal libretto rosso di Maurizio Landini. È lui a parlare: il segretario nazionale dei metalmeccanici più popolare, non populista, della storia recente, un’icona per quelli strasicuri che l’inquilino di Palazzo Chigi non cammini certo sull’acqua, ma sia solo capace nel calpestare lo Statuto di chi è aggrappato al lavoro, o lotta per averlo o invoca di averne finalmente uno vero e non precario.
«Renzi chi crede di essere, Gesù? Dovrebbe essere molto più umile e smetterla di far confusione fra Nazareth e il patto del Nazareno. Lui ha firmato il secondo, diabolico, con chi ci ha messo sul lastrico, e purtroppo neanche lui riuscirà a compiere il miracolo di creare lavoro soprattutto se continuerà a dare ascolto ai furbetti del quartierino, a quanti si fanno beffa di parole sacre come democrazia, legalità e uguaglianza». Landini accende la folla, tocca le corde giuste, sa di essere osannato, ma non vuole essere portato in processione come fosse l’Anticristo, l’antiRenzi: «Mai – dice – io sono e sarò sempre uno che vola basso. So stare con i piedi per terra. Non ho la smania di scendere in politica, fondare un partito. Voglio continuare a essere quello che sono: un sindacalista indipendente che ascolta la gente e chiede, pretende, di essere ascoltato da chi, nonostante non abbia il consenso dei lavoratori, continua a governare il Paese. Altro che patto del Nazareno, fossi in Renzi voterei una seria e costituzionale legge elettorale e tornei subito alle urne, questo Governo non è stato eletto dal popolo». Landini è un fiume in piena, nei 45 minuti di comizio, sostenuti con un tono di voce sempre pieno quando c’è bisogno di ricordare che senza «il confronto con i sindacati non si va da nessuna parte» o peggio ancora si «alimenta la tensione sociale, perché l’Italia ha bisogno d’investimenti pubblici e privati e la Sardegna, come l’intero Mezzogiorno, più delle altre regioni».
Instancabile, deciso, forte e diretto. Lo è stato anche poco prima, nel risalire il sepertone del corteo dalla prima fila fino all’ultima. Fotografie, autografi sulle bandiere arrivate da Sassari, sulle t-shirt indossate a Nuoro, Oristano, Villacidro, dal Sulcis e mostrate con passione a Cagliari.
Poi in mezzo agli studenti che lo accolgono a braccia aperte e con un appassionato Landini uno di noi uno di noi. Fra gli operai, i suoi operai: quando sbatte e risbatte, a tempo, il caschetto sull’asfalto, insieme alle tute impolverate dell’Alcoa, che sperano arrivi presto un compratore e nel frattempo riempiono l’attesa con un musicale: cittadino non t’imboscare, scendi in piazza a protestare. Per poi indossare un secondo caschetto stavolta ricevuto in regalo dai lavoratori dell’ex Ila, che occupano la Regione: loro un compratore ce l’hanno da anni ma è impantanato nella burocrazia. Subito dopo altre strette di mano, pacche sulle spalle, c’è chi gli grida non mollare e ancora un altro casco, quello della Keller, fabbrica chiusa ma che poteva essere salvata. «Cadranno una a una – dirà dal palco – perché manca una strategia industriale nazionale, perché continuiamo a essere soffocati dai troppi vincoli europei e non riusciamo neanche a fare largo ai giovani».
È in piazza Garibaldi che Landini saluta questa sinistra coordinata, spuntano le bandiere di Sel e Rifondazione, ma anche estemporanea e multicolore: «Non finisce qui. Noi, tutt’insieme, andremo avanti fino a quando non saremo ascoltati, fino al giorno in cui non saremo ricevuti da chi governa non come ciechi conservatori, ma per quello che siamo: il sindacato dei diritti e delle proposte, di vecchi e nuovi lavoratori». Con l’ultima ovazione e un ancora più corale: siamo tutti partigiani.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google