La Cassazione: il processo Dore non sarà spostato da Nuoro
ROMA. Due memorie dettagliate presentate negli ultimi mesi e un’ora di discussione in udienza non sono bastate ieri per convincere i giudici della prima sezione della Corte di Cassazione: il processo...
ROMA. Due memorie dettagliate presentate negli ultimi mesi e un’ora di discussione in udienza non sono bastate ieri per convincere i giudici della prima sezione della Corte di Cassazione: il processo per l’omicidio di Dina Dore rimarrà a Nuoro e non verrà spostato in un’altra sede, come invece chiedevano i difensori di Francesco Rocca, Mario Lai e Angelo Manconi.
Per i magistrati della Suprema corte, insomma, il tribunale di Nuoro non è una sede inquinata da pressioni tali da pregiudicare «la libertà di determinazione delle persone che partecipano al processo», così come invece sostenevano i due avvocati della difesa. «Questi sono tempi nei quali la piazza governa i processi, e l’ambiente del Nuorese, piuttosto piccolo, purtroppo si adegua a questa tendenza», aveva esordito ieri mattina, l’avvocato Lai, all’avvio dell’udienza romana che si è tenuta in camera di consiglio, e dunque a porte chiuse. Poco prima, il procuratore generale presso la Corte di Cassazione aveva chiesto ai giudici di rigettare la richiesta dei difensori di Rocca per mancanza dei presupposti necessari alla decisione di spostare un processo. E il giudice relatore, oltre ad aver illustrato i termini della vicenda, ha spiegato ai presenti che il presidente della Corte d’assise di Nuoro, Antonio Luigi Demuro, aveva inviato alla Suprema corte una nota nella quale difendeva in sostanza l’operato imparziale della corte e dei suoi giudici. Mentre gli avvocati Lai e Manconi hanno ribadito alcuni dei punti che negli ultimi mesi avevano messo nero su bianco e avevano spedito alla Cassazione. Uno dei punti che secondo i difensori di Rocca prova l’esistenza di pressioni attorno al processo risiede nella testimonianza di un disoccupato gavoese, Fabrizio Sedda.
«Questi – ha scritto la difesa nella sua seconda memoria allegata all’istanza di rimessione del processo – sfrontatamente nega di essere stato vittima di gravi minacce in Nuoro, appena una settimana dopo l’omicidio della Dore, minacce che convinsero gli inquirenti che il fatto fosse strettamente collegato all’omicidio della signora Dina Dore. Le indagini svolte tempestivamente dalla polizia consentirono di acquisire testimonianze oculari, anche qualificate, le quali rivelano che la testimonianza resa dal Sedda a dibattimento è la palpabile conseguenza di intimidazioni che hanno influito sulla sua libertà di determinazione». Eppure, ha spiegato la difesa, nonostante l’importanza di questo episodio, la Corte d’assise di Nuoro ha rigettato la richiesta di esaminare in udienza gli agenti che erano intervenuti quel giorno. Ma non basta. «L’esistenza della grave situazione – hanno continuato gli avvocati – è ancora più evidenziata dall’episodio riferito a dibattimento proprio da Sedda Fabrizio, allorquando precisa di aver ricevuto dalla signora Anna Rocca, nel loro incontro in una pubblica via di Gavoi, un “foglietto” con sopra scritto il numero di cellulare della stessa signora Rocca. Il Sedda dichiara che il foglietto gliel’avevano preso il cognato della beata Dina e il cugino Giuseppe Dore non appena la signora Rocca si è allontanata». In conclusione, hanno affermato i difensori, da questo e da altri episodi, si evince che i testimoni del processo Rocca «siano costantemente osservati e seguiti da chi ha interessa a vedere affermata la colpevolezza dell’imputato Rocca Francesco e, altresì, intimoriti e condizionati da azioni di prepotenza e arroganza».
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