Cinema
Novant'anni e non sentirli: così appariva agli spettatori entusiasti del Torino Film Festival che lo applaudivano per una retrospettiva inattesa e di grande successo, il più anarchico e solitario dei...
Novant'anni e non sentirli: così appariva agli spettatori entusiasti del Torino Film Festival che lo applaudivano per una retrospettiva inattesa e di grande successo, il più anarchico e solitario dei registi italiani, Giulio Questi (nella foto). Oltre ai film (appena tre in una carriera invece lunga e fitta di realizzazioni) a Torino si festeggiava anche la vena narrativa di questo straordinario personaggio: l'antologia di racconti-verità «Uomini e comandanti», edito quest'anno da Einaudi (Premio Chiara) e il recentissimo «Se non ricordo male». Giulio Questi (nato a Bergamo il 18 marzo 1924) che ieri è morto nella sua casa della campagna romana, era una singolare figura di intellettuale autodidatta. Si è sempre definito un irregolare, come quando da giovanissimo militò nelle brigate partigiane. Stimato da Vittorini, accostato per il verismo magico a Fenoglio e al giovane Calvino, Giulio Questi sbarca a Roma da appassionato di cinema e si fa le ossa come assistente alla regia per Valerio Zurlini e Francesco Rosi, collabora con Zavattini e Montaldo e molti altri.
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