Il Pd è una pentola a pressione
Trattative infinite nell’esecutivo per trovare il complesso accordo sui nomi
CAGLIARI. Dalle 16 alle 21.15: cinque ore abbondanti inchiodati alle poltrone. È stato un sabato pomeriggio terribile, senza esagerare, per il presidente Francesco Pigliaru e i dodici assessori. Altro che regali e commissioni natalizie, il loro è stato un travaglio, come accade sempre e continuerà ad accadere quando c’è di mezzo la sanità. Mettere undici commissari in fila ha rischiato di far saltare i nervi anche al più paziente degli osservatori esterni, ma la spartizione (seppure impacchettata bene con la carta luccicante delle competenze) è un virus maledetto che non risparmia nessuno. Questa volta neanche i professori sono rimasti immuni dall’attacco di potere piccolo o grande che possa essere. La colpa di questa maratona è della maggioranza di centrosinistra e anche della Giunta: avevano trenta giorni di tempo per decidere e semmai blindare le scelte annunciate “solo di alto profilo”. Si sono ridotti a dover far tutto nell’ultime ventiquattr’ore possibili, secondo la riforma approvata dal Consiglio, per non incorrere in una valanga di ricorsi presentati dagli uscenti, nominati a suo tempo dal centrodestra. Tra l’altro non è ancora detto che qualcuno degli ex non bussi comunque al portone del Tar. La vera colpa della Giunta è di non aver capito o sottovalutato che, in Sardegna, il Partito democratico è ormai una pentola a pressione. Neanche l’elezione di Renato Soru a segretario regionale è riuscita a calmare gli animi delle correnti e di chi le governa. Anzi, il gruppo Cabras-Fadda-Soru-Sanna che pochi mesi fa ha portato alla vittoria l’ex presidente della Regione si è sfilacciato prima (vedi le difficoltà nell’eleggere la direzione) sfaldato poi sul nuovo Piano casa e infine sulla sanità. Come accadeva in passato, perché forse gran poco e cambiato nonostante i disperati tentativi di Pigliaru nel chiedere regole nuove, sono ripresi veti incrociati, interdizioni mascherate, liste di proscrizione, sacrifici pretesi solo dagli altri, riunioni parallele fuori dal salotto buono, valanga di messaggi per far sapere in diretta al referente se il nome era ammissibile o meno. Così le cronache poco ufficiali raccontano quello che è stato: un psicodramma in casa del Pd. (ua)
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