«Chi non ama il blues ha un buco nell’anima»

Parla Fabrizio Poggi, grande armonicista oggi a Lanusei

LANUSEI. E’ un autentico protagonista del blues, Fabrizio Poggi, cantante e armonicista tra i più apprezzati al mondo, quello che apre oggi alle 21 al teatro "Dei" _ con i Chicken Mambo, il bassista Tino Cappelletti, il chitarrista sardo Enrico Polverari e il drummer Gino Carravieri _la tappa ogliastrina del festival "Rocce Rosse". Musicista e scrittore, premiato con il prestigioso Oscar Honher, candidato ai Blues music Awards 2014 e ai Jimi Awards come miglior armonicista blues al mondo, Poggi è musicista amato dai grandi con cui ha suonato, da John Hammond a Guy Davis (con il quale ha inciso "Juba dance" album rimasto per settimane al primo posto nelle radio americane), e uno dei pochi bluesmen europei ad aver percorso gli States in lungo e largo in tour nei leggendari club di Texas, Louisiana e Mississippi. Storia di una grande passione blues la sua. «Sul muro di un vecchio negozio di dischi del Mississippi _ racconta Poggi _ c'è scritto "Chi non ama il blues ha un buco nell'anima". Chiunque abbia ascoltato il blues non può che dare ragione a chi ha scritto quella frase. Fin da ragazzo sono sempre stato affascinato dal sound primitivo di blues e spiritual. Il blues è un miracolo, così pieno di forza e saggezza da riuscire a toccare ogni cuore. Non importa dove tu sia nato che lingua parli o il colore della pelle. Il blues è un dono meraviglioso degli afroamericani».

Bluesman e scrittore, come convivono le due passioni?

«Convivono benissimo anche se mi considero piuttosto un musicista che scrive. Quello di bluesman e scrittore sono mestieri che permettono entrambi di raccontare storie. E il mondo ha bisogno di storie: belle, edificanti, che riempiono il cuore. Proprio come quelle che girano intorno al blues e ho raccolto nei miei libri, in particolare in "Angeli perduti del Mississippi"».

Suonare il blues nella terra dove è nato, gli States è una forte esperienza .

«Qualche anno fa, in Mississippi, ho avuto il privilegio di suonare nei locali dove il blues è nato. Una grande emozione l'ho provata un pomeriggio a Greenwood, un paesino sperduto lungo il Mississippi. Ad ascoltarci, visto quell'orario insolito, c'era un pubblico di ogni età: giovani, famiglie, anziani, bambini. Tutti neri. Tranne noi. Durante una pausa tra il primo e il secondo tempo del concerto mi si avvicina una signora. Avrà avuto un'ottantina d'anni, più o meno l'età di mia madre. Mi prende per un braccio, lo stringe e mi dice: "Hey man, you touched my heart" , cioè “mi hai toccato il cuore”. Mi diede, senza saperlo, la più grossa soddisfazione della mia vita, facendomi capire che ero uno di loro e parlavo la stessa lingua. Quella del blues. Le esperienze negli Stati Uniti sono davvero tante e forse non basterebbe un libro a contenerle. Esperienze che mi hanno fatto diventare, pur senza volerlo il bluesman italiano più conosciuto oltreoceano. La candidatura all'Oscar del blues, i tanti premi ricevuti, suonare da vivo e registrare con molti dei miei "eroi"che hanno fatto la storia della musica moderna e ricevere da loro attestati di stima, una grande emozione» .

"Spaghetti Juke Joint" suo ultimo album è un ritorno alle origini e ricorda come gli italiani siano stati testimoni diretti della nascita del blues.

«Il titolo è un omaggio a quegli italiani che alla fine dell'800 inseguendo un tragico sogno andarono a raccogliere il cotone al fianco dei neri nelle piantagioni del Mississippi lottando contro zanzare, inondazioni e pregiudizi razziali. Erano là quando gli afroamericani crearono il blues. E chissà: magari come narra una leggenda qualche italiano aprì davvero un juke joint (le bettole dove è nato il blues) da qualche parte tra i campi di cotone del Mississippi. E quale nome avrebbero scelto per quel posto se non "Spaghetti Juke Joint"?»

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