Faide e divisioni, partito ko
Lontano dagli elettori e spaccato all’interno, si salva solo a Quartu
CAGLIARI. Peggio di così il centrosinistra non poteva uscire dalle elezioni amministrative: sconfitto, diviso, pestato, malconcio. Con i vestiti stracciati e gli occhi gonfi prima di tutti gli altri alleati, è il Partito democratico. Chi doveva guidare il trionfo, la presunta vittoria a mani basse, ora comanda invece un pattuglione in cui la riflessione tardiva, quella dell’indomani, potrebbe non bastare a calmare gli animi, evitare contraccolpi, rimpasti in Regione, la resa dei conti più volte rimandata ma adesso obbligata. Dopo i supplementari, leggi ballottaggi, sul tabellone è apparso il risultato della sconfitta. Nefasta, finale e senza appello: uno a tre. È l’esatto contrario del tre a uno del 2010. Allora era stata una festa, e siccome i numeri hanno sempre un perché la morale può essere solo questa: il distacco dal territorio. Fino a rimettere a nudo i vecchi problemi che la stagione di Renzi, dentro e fuori il Pd, e le alleanze, spacciate nell’isola per duratura pace interna, non hanno cancellato, semmai esasperato seppure sotto traccia. A cominciare proprio dal Pd ancora incapace di essere il partito che unisce, “della gente” e “fra la gente”. Oppure quelli mostrati a più riprese e troppe volte dalla coalizione, in Sardegna. Dopo diciotto mesi dalla vittoria alle regionali è rimasta quella che era in origine, un’alleanza elettorale, senza diventare invece quello che doveva essere dopo il 2014: un patto di governo. Così, europee a parte, al primo passaggio nei seggi dopo aver riconquistato la Regione, i nodi che c’erano e ci sono sempre stati hanno ingarbugliato ancora di più la matassa. Subito una domanda: da oggi in poi chi pagherà il conto? Il segretario regionale del Pd Renato Soru, la giunta Pigliaru o l’intera coalizione? Chissà, anche se la cambiale ormai è in scadenza fra pochi giorni, o al massimo fra poche settimane.
Sconfitta e rimpasto. Non è stato un cappotto solo perché Quartu, a fatica e con un evidente aiuto esterno dal fronte opposto, ha salvato l’onore. Ma la “rete della bandiera”, seppure di prestigio, non può certo bastare a rendere meno clamorosa la batosta. Brucia, fa male e qualcuno prima o poi dirà basta. Bisognerà vedere da dove comincerà la riflessione o il processo interno. Dalla direzione regionale del Pd, rinviata da ieri a venerdì pare solo per motivi tecnici? Oppure sarà la Giunta a fare il primo passo, con un riassetto autonomo in cui il cambio immediato di questo o quell’assessore potrebbe servire a evitare una conta altrimenti ancora più drammatica? O sarà il centrosinistra nella sua interezza a prendere in mano il pallino del rimpasto e a dettare come minimo un’accelerata nell’azione di governo? Sono tre domande che la triplice sconfitta al ballottaggio ha reso ancora più attuali, con una risposta non più rinviabile nel tempo.
Errori e rimedi. A Porto Torres, Sestu e Nuoro il centrosinistra ha finito per combinare guai più di Bertoldo. Il primo fra tutti non aver capito, con largo anticipo e molto prima del voto, quali candidati potevano essere vincenti e quali invece avevano poche possibilità di successo perché troppo legati a un passato che la gente non vuole più. L’alternanza appunto o meglio ancora l’alternativa come presunta ricetta a tutti i mali al di là dell’ormai tramontato bipolarismo. Un altro errore è stato aver fatto poco o nulla per evitare un astensionismo diventato domenica travolgente e decisivo in tutti i quattro Comuni al voto. Il centrosinistra ha sbagliato anche nel non tenere a bada il fuoco amico, a perdersi ancora una volta nel labirinto delle correnti, con il Pd in alcuni casi fin troppo arrogante nel tentativo di mortificare l’autonomia degli alleati. Poi ci sono stati assessori che si sono esposti troppo e consiglieri regionali che hanno fatto peggio nelle promesse. O alla vigilia delle elezioni c’è stato persino chi, sempre nel centrosinistra, si è lasciato andare a fratricide esternazioni con l’unico effetto di disorientare ancor di più gli elettori compresi quelli fino ad allora fedeli e generosi nell’ottimismo. L’elenco potrebbe essere ancora lungo, ma basta e avanza quello che si è visto in questa campagna elettorale. Bene, la legislatura vinta un anno fa non è ancora arrivata a metà del percorso e il tempo per rimediare c’è tutto. Però è chiaro che i tempi sono sempre più stretti. Dai primi commenti post terremoto è evidente che qualcosa d’importante il centrosinistra deve farlo subito. Cosa? C’è chi sollecita maggiore coraggio, altri puntano sul decisionismo, ma gran parte della maggioranza al governo della Regione sembra riconoscersi soprattutto in questa correzione volante: «Dobbiamo stare molto di più in mezzo alla gente e intercettare quelle che sono le reali esigenze dei sardi». Sembra essere questo il giusto rimedio per andare oltre la sconfitta clamorosa patita dal centrosinistra in queste sue prime elezioni molto prossime a una verifica. Certo, in queste amministrative come in qualunque altro voto per le comunali, a pesare sono state anche molte dinamiche locali, ma scaricare tutto sui localismi sarebbe un errore capitale.
Il centrosinistra ha un obbligo come sollecitato più volte dal suo interno anche in periodi non sospetti: ritrovare se stesso. Dare alle formula che l’ha portato alla vittoria nel 2014, cioè essere un’alternativa sovranista, davvero la dimensione che doveva avere: essere una maggioranza compatta e autorevole di governo .
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