Ebola, la grande paura dopo il caso sardo

I medici dell’associazione: «Solo il contagio dell’infermiere ha fatto parlare di un’epidemia che ha provocato 11mila morti»

CAGLIARI. Fino a quando il virus non ha raggiunto la Sardegna il mondo occidentale ha chiuso gli occhi davanti ai 28 mila malati di Ebola, a quell’epidemia terrificante che ha sconvolto Sierra Leone, Guinea e Liberia provocando in pochi mesi almeno 11 mila morti. Solo allora - e siamo a un mese fa - è nata una pandemia di paura, un contagio emotivo tenuto a bada dai ricercatori e alimentato dagli untori da social network. Ma mentre si discuteva di pericoli e profilassi, nei sobborghi di Freetown, in un sito che si chiama Goderich, medici e infermieri volontari di Emergency, tra cui il cagliaritano Stefano Marongiu, lottavano a rischio della propria vita per salvare i salvabili. Un lavoro straordinario che Cecilia Strada, Rossella Miccio e Roberto Satolli hanno raccontato senza alcuna enfasi autocelebrativa nella giornata d’apertura dell’incontro nazionale di Emergency che andrà avanti fino a domani a Cagliari. Ora l’epidemia è in discesa: «Dai cento casi al giorno di gennaio - ha spiegato il medico Roberto Satolli - ne restano sette-otto alla settimana». Il ciclo della malattia sembra risolversi negli ultimi focolai, ma a scorrere le immagini del docufilm realizzato con grande coraggio dal giornalista Nico Piro emerge nitido il dramma di un popolo costretto a convivere con l’idea della morte come fatto normale, tra cadaveri sepolti in fretta e visi infettati dal terrore: «Avevano paura anche di noi – ha raccontato Rossella Miccio – ed è passata solo quando hanno capito che eravamo là per aiutarli». Un aiuto eccezionale: un reparto di terapia intensiva ad altissimo livello installato a tempo di record in un luogo dove l’assistenza sanitaria si regge su mezzi rudimentali. Strumenti avanzati per far fronte a un virus letale e ancora misterioso: «La verità - ha riconosciuto Satolli - è che dell’Ebola non sappiamo quasi nulla». L’ha detto anche Gino Strada, nel film di Piro: «Alcuni guariscono, altri muoiono in pochi giorni». Ma Emergency «ha fatto tutto il possibile» e la solidarietà internazionale ha lasciato sul campo 500 volontari, compresi gli africani, morti per aiutare gli altri nel rispetto di un principio fondamentale: «Quello dell’uguaglianza e del diritto alle cure», ha ricordato Satolli.

Il bilancio si farà quando Ebola uscirà dal presente dell’Africa. Ma un bilancio sul piamo umano, quello sì è possibile e attuale: «È stata un’esperienza indimenticabile – ha detto Stefano Marongiu, l’infermiere intensivista uscito definitivamente dalla malattia – abbiamo lavorato gomito a gomito con grandi specialisti e abbiamo fatto davvero tutto quello che si poteva fare». Dal miracolo del centro di cura allestito in pochi giorni al rapporto di fiducia coi malati: «È stata una battaglia, ma ora che anch’io ho dovuto fare i conti con Ebola posso dire che Emergency ha offerto cure pari a quelle dell’ospedale Spallanzani, che mi ha restituito la salute. Ho avuto paura e ancora di più ne aveva la gente di Freetown, ma ne è valsa la pena». Dopo il dibattito sul tema “Il cerchio della guerra” con Cecilia e Gino Strada, che la Nuova ha offerto in diretta streaming nel sito www.lanuovasardegna.it, oggi dalle 10.30 alla Fiera “Il lavoro di Emergency in Afghanistan e in Iraq”. Al pomeriggio dalle 16 al teatro lirico “La guerra in casa, le servitù militari in Sardegna” con Cecilia Strada, Mariella Cao, Vincenzo Migaleddu, Maddalena Brunetti, Enrico Lobina, Ciro Auriemma e Silvano Tagliagambe.

WsStaticBoxes WsStaticBoxes