La Nuova Sardegna

Le note di Danilo Rea e l’utopia di Faber

A Dromos le canzoni di De André interpretate dal pianista «Sono brani con cui sono cresciuto, non vanno banalizzati»

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BAULADU. «Io e Faber non ci siamo mai conosciuti. Però, ho suonato l'ultima cosa che lui ha cantato. Quando Dori Ghezzi mi ha chiamato per coinvolgermi in un progetto che rivisitasse le sue canzoni, ho fatto un tuffo nel passato. Sono andato indietro nel tempo, alle canzoni con cui sono cresciuto. E il progetto del tributo ha preso forma».

Un problema tecnico, il dvd del documentario di Gianfranco Cabiddu che non va, e Dromos è in ritardo. Ma tutte le cose belle sono fatte da persone altrettanto di valore. E allora, nella serata dove due grandi artisti tributano gli onori a Fabrizio De André, nasce proprio da loro la collaborazione e la soluzione.

Così, prima del previsto, Danilo Rea e il suo pianoforte incantano l’anfiteatro di Bauladu, straripante di attesa. Solo lui poteva far intessere una rivisitazione così personale e fluida del cantautore genovese adottato dall’isola e scomparso troppo presto. «Il jazz è interpretazione e improvvisazione puri, però quando stai mettendo su un tributo del genere, devi trovare il modo giusto per reinventare — spiega il pianista a fine concerto —. Fabrizio De André non poteva e non doveva andare banalizzato con una scimmiottatura jazzata delle sue canzoni. Il segreto, per me, è stato lavorare sulla melodia, digressioni sul tema come si fa nella musica classica. In questo senso, il mio tributo a De André è improvvisazione pura». Le note che solo assomigliano e richiamano a quella chitarra che ha soffiato il vento di Genova dalla Sardegna, ma si trasformano in qualcos’altro, di puro e prezioso.

C'è l'improvvisazione, la personalità, la vena creativa del “signore” del pianoforte italiano. Così allora Re Carlo torna dalla guerra, ma il suo passo è maestoso e scenografico dentro i toni bassi del pianoforte. La contrattazione di un mero favore sessuale diventa un gioco di pentagramma e toni, dal greve all'acuto di quella signorina che vuole le cinquemila lire. E il suo giocoso e gioioso andamento contrasta in maniera emozionante dalla dolcezza di Marinella; che ha vissuto solo un giorno come le rose, ma che nella notte di Bauladu ha una coperta fatta di stelle.

Poi le voci, nel documentario di Gianfranco Cabiddu. Dori Ghezzi, Renzo Piano, i galluresi che hanno condiviso con Faber l'utopia dell'Agnata. Dentro l'Utopia necessaria di Dromos: dal letame nascono i fior e dal suo angolo nascosto nel cuore della Gallura, Faber ha visto germogliare la sua dimensione.

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