LO PSICHIATRA
ALGHERO. «Il paradosso di Facebook e della Rete è che non sono basati su un apprendimento graduale. Da sempre abbiamo pensato che la crescita di un individuo debba avvenire per tappe: un bambino di...
ALGHERO. «Il paradosso di Facebook e della Rete è che non sono basati su un apprendimento graduale. Da sempre abbiamo pensato che la crescita di un individuo debba avvenire per tappe: un bambino di quinta elementare legge libri adatti alla sua età, non studia dai libri dell’università e viceversa. Internet ha consegnato un unico strumento che funziona allo stesso modo per chi ha sei anni e per chi ne ha novanta. Esiste per la prima volta uno strumento uguale per tutti, una sorta di falsa democrazia della conoscenza». Paolo Crepet sintetizza così la motivazione alla base dei rischi che i minori possono correre utilizzando Facebook e i social.
Il noto psichiatra e sociologo sarà domani ad Alghero (alle 20.30, nella piazza de Lo Quarter) per dialogare con Luca Telese sul tema “Educazione e felicità, figli e adolescenza oggi”, in un incontro organizzato dalla Libreria Il Labirinto Mondadori. E quando si parla di genitorialità ed educazione oggi non si può prescindere dal rapporto che le nuove generazioni hanno con le nuove tecnologie: «I bambini sono lasciati per ore con i telefonini in mano a fare chissà cosa, scelta comoda perché così non fanno troppe domande e non disturbano durante la cena in ristorante. Si è creata una sorta di pax familiaris per cui ognuno si fa i fatti suoi dal punto di vista tecnologico». Così ragazzi di 12 anni possono accedere senza controllo a contenuti studiati per quarantenni. «C’è il fenomeno gravissimo della pedopornografia, ma io mi preoccupo già molto prima, per le conseguenze che determinati comportamenti possono avere sull’individuo. Perché questi bambini crescono pensando che lo smartphone debba essere usato 24 ore su 24». Le conseguenze sulla formazione dei più piccoli sono già evidenti: «Non si sa più parlare, non si sa più discutere – continua Crepet – su Facebook si leggono delle cose incredibili, infamie, ingiurie, non si trova più chi voglia ragionare pacatamente. E se un bambino cresce cibandosi di questo genere di cose, penserà che l’unico modo di comunicare sia quello». Mancanza di regole e sanzioni che però, sottolinea Crepet, sono frutto di una libertà soltanto apparente: «Una volta Churchill ha detto una cosa molto bella riguardo il costruire la propria casa. Diceva: “Noi pensiamo di modellare le nostre case, ma poi sono le nostre case che modellano noi”. Vorrei attualizzare questo pensiero: noi abbiamo pensato di modellare le nostre tecnologie ma oggi sono le nostre tecnologie che modellano noi. C’è una mancanza di spirito di libertà. Ci sono state generazioni di giovani controllate dai genitori che facevano la solita domanda “Dove vai, quando torni?”. Ma i giovani riuscivano in qualche modo a mantenere degli spazi di libertà, non dicendo tutto, affrontando delle piccole sfide che facevano parte della crescita». «Adesso – continua lo psichiatra - i social media permettono un controllo perenne che è anomalo. È anomalo che una mamma si iscriva su Facebook e accetti l’amicizia del figlio e viceversa. La mamma continua ad essere un’adolescente e i figli resteranno figli perché crescere significa anche prendersi la responsabilità di assumersi dei rischi da soli. Internet è un controllo continuo che fa sì che noi non usiamo più il cervello perché è stato trasferito sul microchip».
Unico cambio di rotta possibile, un ripensamento nella testa dei genitori e degli educatori in generale: «Ci vogliono delle regole, a scuola e in casa. Siamo noi i primi a dare l’esempio, e non si dettano le regole per i ragazzi se noi adulti non siamo disponibili a rispettarle – conclude Crepet - per questo io mi sono sempre preoccupato più per l’esempio dato dagli adulti che per i giovani».
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