“Sardegna, isola d’incanto”
Aldo Nove oggi con Franco Buffoni per la giornata finale della rassegna
SENEGHE. Franco Buffoni con la raccolta “Jucci” ha appena vinto il Viareggio per la poesia. Ad Aldo Nove è andato, pochi giorni fa, il Premio Pavese per i versi di “Addio mio Novecento”. Saranno entrambi a Seneghe oggi in Partza de sos ballos per la giornata conclusiva di Cabudanne de sos poetas. Buffoni alle 18, Nove alle 22. Di “Addio mio Novecento”, e di altro, abbiamo parlato con Nove. La raccolta è un addio alla memoria, ad ogni possibile senso del passato. «Non c'è più annuncio», lo sguardo retroverso del benjaminiano Angelo della Storia «diventa memoria dell’oblio / senza contraddizioni».
Senza passato che cosa resta? Un presente senza futuro?
«La memoria è il motore dei popoli. Per questo l'Isis vuole cancellarla. La poesia è memoria, la si tramanda a memoria. Per secoli si è studiata mnemotecnica. Grandi come Giordano Bruno o Tommaso Campanella ne erano maestri. Senza memoria siamo nulla. Il problema è che oggi il flusso tra memoria e presente sembra, nel nostro Occidente, essersi interrotto. E d’altra parte, il futuro non esiste se non come conseguenza del presente. Se impariamo a vivere con gioia il presente (e questo nuovo secolo fa di tutto per impedircelo, anche cancellando la memoria) il futuro non potrà che essere un buon presente a venire».
Dentro il dissolversi delle grandi narrazioni del Novecento, alla parola (della poesia, del racconto), che funzione rimane?
«La funzione di esprime il reale e di portare la verità. Il reale è quello che ci circonda, e che noi ci nascondiamo per paura. In questo il poeta, ma anche l'artista in generale, è come un chirurgo: disseziona. Una volta capito il morbo, se c’è, lo si guarisce, o si prova a farlo. Il poeta guarda in faccia la realtà e dice la verità».
E dell'impegno civile e politico dei vecchi ragazzi del Novecento che cosa resta?
«Questo è un nodo cruciale. Sono finite le ideologie e ne è rimasta una, quella delle grandi speculazioni finanziarie. Si tratta di prenderne atto, e ricominciare da quello che c’è. Ad esempio, la figura di Papa Francesco, indifferentemente per credenti e laici, è un ottimo esempio. Consiglio a chiunque la lettura del suo “Laudatus siis”»
C'è anche una certa lievità in “Addio mio Novecento”…
«La bellezza è così lieve che, abituati al pesante, ci spaventa. Diceva un grande poeta, Rainer Maria Rilke, che “il bello non è che il tremendo al suo inizio”. Siamo noi che dobbiamo imparare la leggerezza. Che se impariamo a vederla, come dico nell'ultima poesia di "Addio mio Novecento" è davvero dappertutto. Ma dobbiamo imparare a viverla».
Antonello, il bambino del suo ultimo romanzo, “Un bambino piangeva”, come Antonello Satta Centanin, alias Aldo Nove, vive la sua infanzia in Sardegna, isola d’incanto.
«La Sardegna è l'incanto che l'Italia inconsapevole trattiene. Migliaia di nuraghi, le domus de Janas, tradizioni antichissime. E’ l'inizio circolare della fine e viceversa. Un sogno – un incanto – infinito. Purché i sardi stessi (e gli speculatori che se ne approfittano) non cerchino di spegnerla».
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