Niente piani contro le emergenze
Cosa fare in presenza di alluvioni e incendi: la metà dei Comuni non ha un vademecum per la popolazione
SASSARI. La prima regola è sapere cosa fare. Quando ci si trova nel mezzo di un’alluvione o di un incendio, l’incertezza o i comportamenti scorretti possono diventare molto pericolosi. Le lezioni servono, difficilmente qualcuno oggi potrebbe ripetere quanto accaduto alcuni anni fa, quando due disabili furono allontanati dal loro appartamento al quarto piano di un palazzo e accompagnati al piano terra, sotto una bomba d’acqua. Però la strada da fare è ancora tanta. E i Comuni arrancano. Oggi ad Abbasanta gli assessori regionali all’Ambiente e ai Lavori pubblici presenteranno il piano contro il rischio alluvioni: le strategie in campo per evitare una Cleopatra bis, per scongiurare nuove vittime e nuove devastazioni come nel novembre 2013. Ma se la Regione va avanti, i Comuni stanno indietro: neppure la metà ha approvato il piano del rischio idraulico-idrogeologico. Solo 178 centri su 377 hanno completato la fotografia dei propri territori evidenziando criticità e fattori di rischio. Incrociando i dati, si scopre che solo la metà dei comuni ha un piano di protezione civile, che oltre alla sezione sul rischio idrogeologico (che comprende anche il piano di rischio neve) deve contenere il piano antincendi. Un ritardo clamoroso, che riguarda anche alcuni centri flagellati da roghi e alluvioni.
Niente regole. Dopo Cleopatra c’era stata una accelerata. Alcuni Comuni si erano messi in regola, approvando i Piani. Altri avevano avviato la procedura ma si erano fermati a metà strada. Il risultato è che la maggioranza della popolazione isolana non sa come comportarsi di fronte a un evento ececzionale. Dice Michele Chessa, funzionario della Protezione civile e responsabile del settore che si occupa della valutazione dei rischi e dei piani comunali: «Nel sistema ci sono grosse lacune. Molti Comuni sono in forte ritardo, mancano i piani di prevenzione e di emergenza, le scadenze stabilite sono state saltate». La prima ordinanza risale al 2007: fu l’ex capo della Protezione civile a emanarla, stabilendo che i Comuni avevano tempo sino al 31 marzo 2008 per dotarsi dei Piani. «Lo fecero solo due centri», dice Michele Chessa. La legge successiva, che impone una stretta ancora più forte, è la numero 100 del 12 luglio 2012. Da allora, trascorsi tre anni e dopo 19 morti – le vittime del ciclone Cleopatra – neppure la metà dei Comuni isolani è in regola.
Impreparati. Le motivazioni sono diverse: «Quasi mai esiste un ufficio incaricato di redigere i piani – spiega Chessa –. E in presenza dei tecnici manca la parte politica, chiamata a garantire i fondi necessari perché quanto stabilito nel Piano posa attuarsi. Penso per esempio ai servizi di pronto intervento e alla reperibilità del personale».Ma c’è chi sbaglia l’approccio. «I piano devono essere schematici, fotografare la realtà, sottolineare i rischi ed elencare le regole da seguire a seconda dell’evento. La popolazione deve sapere cosa fare, dove andare in caso di pericolo, quali numeri chiamare. Invece spesso ci troviamo tra le mani manuali più simili a trattati di botanica, con elenchi lunghi e dettagliati delle specie autoctone. A che servono?». Altri Comuni, una minoranza in realtà, si accontenta invece del cosiddetto “piano speditivo”: una specie di sintesi che contiene l’elenco delle forze in campo e dei mezzi a disposizione. «Anche questo è inutile – commenta Chessa – perché non aiuta le persone a capire come comportarsi nell’emergenza. Il rischio, in assenza di regole, è farsi prendere dal panico. In quei momenti, invece, mantenere la lucidità è essenziale».
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