Il ciclone devasta la città
Esondano tutti i canali, quartieri allagati ed evacuati. Nessuna vittima
OLBIA. Un giorno senza fine, in cui il cielo non finisce mai di scaricare la pioggia su una città in allarme. Fiumi esondati, quartieri sfollati, decine di persone salvate dai soccorritori. Paura e disperazione che si mischiano nei volti di chi ha perso tutto per la seconda volta in due anni. Un nuovo 18 novembre 2013. Una data marchiata a fuoco nella coscienza collettiva della città. Ma è andata bene. Non ci sono morti. La disperazione per le cose distrutte non si è trasformata nella tragedia per le vite scomparse. Cleopatra non è un ricordo archiviato nella memoria. Ma dopo due anni Olbia mostra ancora tutta la sua fragilità. Le zone finite sotto l’acqua allora, sono le stesse che oggi sono a mollo. Un dejà vu. I corsi d'acqua gentili diventano ancora una volta fiumi minacciosi, si ingrossano, escono dai canali con violenza, deglutiscono ciò che trovano sul loro cammino. Il Rio Siligheddu, il rio Gaddhuresu, il rio San Nicola, nomi entrati ormai nel linguaggio quotidiano degli olbiesi.
Il simbolo della sconfitta. Il nuovo simbolo della sconfitta dell’uomo davanti alla potenza dell’acqua è il ponte di via Vittorio Veneto. Ricostruito dopo appena un mese dall’alluvione del 2013 e ieri buttato giù a colpi di benna su ordine del Comune. Era diventato un tappo, quasi una diga che bloccava la furia del rio Siligheddu. Ieri il fiume è diventato un mostro incontrollabile, che nella notte si è ingoiato di nuovo il quartiere.
La giornata infinita. Ciò che cambia rispetto al 2013 è che la città ora sa cosa significa finire sott'acqua. Per due anni ha studiato contro la paura. E l’allerta meteo ha funzionato. Una città semideserta ha accolto la bomba d'acqua che dal pomeriggio e poi in serata e per tutta la notte ha martoriato la città. Tra la notte di mercoledì e il mattino di ieri in tanti avevano scelto di non passare la notte nelle loro case, ospiti di amici e parenti. O di salire ai piani superiori. Sparite le auto dalle vie a rischio, con quartieri sicuri trasformati in aree parcheggio. Accorgimenti che hanno permesso ai vigili del fuoco, alla protezione civile, alle forze dell'ordine di intervenire con rapidità. Solo nei momenti in cui queste regole sono saltate si sono formate lunghe code di auto, che hanno rallentato i soccorsi.
Mattina di attesa. L’alba arriva su una città già sveglia. La macchina dei soccorsi non ha chiuso occhio, ha vigilato tutta la notte. Decine di persone di mattina presidiano i canali. Guardano il cielo gonfio d’acqua. I fiumi intorno alla città corrono a passo veloce. Tutti sanno che il peggio deve ancora arrivare. Nelle vie in cui nel 2013 l’acqua e il fango si mescolarono alle lacrime l’attenzione è alta. Via Lazio, dove perse la vita una signora inferma, è sotto un metro d’acqua già a metà mattina. Una coppia di anziani viene caricata sul mezzo anfibio dei vigili del fuoco. Quando la nonnina tocca di nuovo terra esplode in un pianto liberatorio tra le braccia del suo soccorritore. Altre persone in difficoltà vengono trasportate sulle spalle, in braccio. Nell’altro quartiere martoriato dall’alluvione del 2013, Isticcadeddu, il rio Siligheddu esonda. Lo farà anche nel pomeriggio, e una terza volta a mezzanotte. Il rio rompe gli argini come tutti gli altri fiumi che attarversano la città. Si controllano le previsioni e si incrociano le dita. La pioggia ogni tanto dà un po’ tregua. Sono i momenti in cui chi può va via. Una coppia prende il suo gatto bianco, un paio di borse e lascia la casa in zona Baratta, una delle più colpite. Il peggio deve ancora arrivare.
Pomeriggio di tregua. Verso le 17, mentre le ruspe abbattono il ponte della vergogna di via Vittorio Veneto, il resto della città si concede una tregua. Ma è solo un breve respiro prima di finire di nuovo in apnea. Dalle 18 l’acqua comincia a scendere a secchiate. Un centinaio di strade vengono chiuse al traffico, i fiumi ribelli escono fuori dai loro letti. Le case finiscono sott’acqua. Nelle campagne crollano alcuni ponti, nella zona di via Roma e in zona Baratta salta la luce. Il tunnel viene chiuso. Film già visto. Le strade sono fiumi, il via vai dei gommoni e dei mezzi anfibi si fa frenetico. Per combattere la guerra contro l’acqua in serata arriva anche l’esercito.
Stato di calamità naturale. Il sindaco Gianni Giovannelli, alla guida della città anche nel 2013, chiede lo stato di calamità naturale. Olbia è di nuovo in ginocchio. E da oggi dovrà contare ancora una volta i danni. Intanto si ridimensiona l’allarme. Fino alle 6 di oggi rosso, poi arancione con criticità moderata.
Le reazioni. La rabbia esplode nelle strade e su Facebook. Perché da due anni i cittadini vengono bombardati da parole come prevenzione, opere di mitigazione del rischio idrogeologico, canali tombati, ma all’appuntamento con la pioggia Olbia è arrivata impreparata. Come se la pioggia avesse cancellato i ricordi di quelle nove bare. «Nel 2013 ho perso tutto, vivo al piano terra – dice Mario Varrucciu, residente in zona Bandinu –. Ho ricomprato tutto l’arredamento. Oggi ho messo in salvo quanto possibile. Per fortuna l’allarme è scattato in tempo. Però sto dai miei figli, al piano superiore». Andrea Demuru è uno dei più convinti oppositori del piano anti-alluvione approvato dal Comune. «Quanto è successo oggi conferma la giustezza delle nostre posizioni – afferma –. E che bisogna fare in modo che l’acqua di piena non arrivi a Olbia. È l’acqua che arriva da fuori della città che fa danni».
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