La Nuova Sardegna

Il mondo sovietico è pop In mostra i collage di Marras

di Angiola Bellu
Il mondo sovietico è pop In mostra i collage di Marras

Materiale di propaganda russo utilizzato dallo stilista in un allestimento a Milano «Mi hanno colpito le foto di bambini felici in un mondo dove non c’è mai freddo»

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MILANO. Chiusi i sipari internazionali della settimana della moda milanese, Antonio Marras rimane protagonista degli eventi culturali in cartellone nel capoluogo lombardo, con la mostra “Giro giro tondo, casca il Mondo....” (fino al 15 novembre 2015, al Circolo Marras).

Le opere dell'artista partono da una serie di fotografie degli anni Sessanta, prodotte dalla propaganda sovietica, che il pittore porta a nuova vita, offrendo una consapevolezza “altra” di una cultura consegnata alla storia in un attimo, col crollo del Muro di Berlino.

«Tutto è nato quando mi sono state regalate alcune fotografie molto belle. Ho chiesto da dove arrivassero e ho scoperto che appartengono all'archivio dell'Associazione Italia Russia qui a Milano – ci racconta Marras –. Così sono entrato in contatto con loro e mi hanno fatto vedere il loro catalogo straordinario: posseggono 5mila foto originali, dal 1946 al 1980, quando c’era la volontà di propagandare un'immagine idilliaca e quasi surreale di un universo.

Ho scelto come tema l’infanzia. Ho avuto tra le mani il lavoro di fotografi straordinari che hanno messo in posa i bambini in varie situazioni: dal gioco, alla scuola, allo sport, all'assistenza medica, alla maternità; tutto quello che sarebbe stata l'infanzia in una Russia un po’ sovietica e molto idilliaca: i bambini sono in spiaggia, giocano, non c'è mai freddo». Nella Russia sovietica fotografata dalla propaganda, Marras dà colori e spessore, dà vita ad un mondo che non esiste più.

«All'inizio ho vestito i bambini protagonisti degli scatti; li ho vestiti con tessuti che avessero un aspetto un po’ sovietico. Quando ho capito cosa volessi farne, ho fatto venti, venticinque passaggi su ciascuna opera, su ogni volto, usando pastelli a olio, colori ad olio, colori a cera...ho usato il collage». Una tecnica mista che negli anni Sessanta – periodo di cui parla la mostra dell’artista – usava, da questo lato della Cortina di ferro, il maestro riconosciuto della Pop art Andy Warhol, genio smaliziato che – scevro da qualsiasi influsso artistico europeo – interveniva in opere già esistenti con tecniche e stili molteplici, svelando i meccanismi estremi della società americana. «Appena ho avuto le foto – ricorda Marras, genio perennemente incantato – le ho fatte ristampare su carta, poi le ho lasciate lì, non sapevo come affrontarle. Erano talmente belle». Impregnato di cultura mediterranea e di arte europea, camminando lungo un sentiero (nonostante le premesse diverse) simile a quello della Pop art, ci racconta, in un gioco di rimandi e di eccessi, una società estinta, esibita e mai realmente esistita.

«La cosa straordinaria è qui si stanno abbronzando – racconta l’artista mostrando un circolo di bimbi intorno ad una lampada solare ante litteram – hanno gli occhialini protettivi e questa è la maestra che li controlla». Il processo creativo di Marras, in questo caso come quando crea vestiti, parte da un dettaglio che gli parla, da un incontro (qui le foto d'archivio) che non lo lascia uguale. Conserva tutto preziosamente, stratificando impressioni, disegni, sogni, cartoline, ritagli, in un’agenda che ci mostra, e che sembra una incubatrice magica di segni artistici.

Le opere di Marras conservano particolari fondamentali delle foto originali: gli sfondi soprattutto, e alcuni dettagli, come la lavagna della scuola.

La maestria del fotografo sovietico dialoga e si fonde con la visione poetica del designer, che sente comunque di non aver ancora detto tutto, di non aver completato il proprio lavoro, la propria incursione nell'estetica sovietica a cui riconosce un valore artistico che però non offusca «l'orrore di tutto quello che c'è dietro un regime che mi fa inorridire, così come il suo concetto di arte degenerata, delle opere che venivano esposte e poi bruciate perchè ritenute contro natura». Quelle in mostra a Milano sono quindi la prima parte di un discorso più complesso: « È il primo capitolo di una mostra che ho in mente molto più lunga e articolata, una mostra che sarà itinerante. L'intervento sul lavoro degli altri è molto rischioso perchè c’è il pericolo di sporcare e di imbrattare.

Per questo mi piacerebbe fare un lavoro sugli originali di queste foto, per far vedere da dove sono partito. Vorrei mettere ancora insieme tutti i tasselli che raccontano questa storia sovietica. Partendo dall'infanzia vorrei continuare a lavorare anche con gli altri temi presenti nelle foto d'archivio come lo sport, le donne in fabbrica, la vita quotidiana e raccontare anche il dietro le quinte, che per me è stato molto interessante».

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