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Isticcadeddu, nel quartiere scoppia la rivolta

Isticcadeddu, nel quartiere scoppia la rivolta

Per la seconda volta in due anni il rio Siligheddu invade le case. Abitanti esasperati: «Ora basta»

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OLBIA. Rewind. Il nastro del terrore si riavvolge in pochi istanti. Il cielo scatena l’inferno e Isticcadeddu scompare ancora una volta. E così da queste parti si incrociano le stesse facce di due anni fa. Le lacrime solcano ancora i visi e le bocche tornano a sputare parole di disperazione. Ma a dominare su tutto è la rabbia, tantissima, tutta rivolta contro quel ponte di via Vittorio Veneto che ha fatto da diga e mandato sott’acqua il quartiere. «Andava abbattuto» è il leitmotiv che risuona in ogni angolo. Qui la gente aveva ricostruito tutto con enormi sacrifici dopo l’alluvione del 2013. Adesso invece è sfinita. Sembra quasi non riuscire a trovare neanche la forza di rimboccarsi e maniche.

«Siamo peggio di Genova» dice una signora armata di scopa, prima di rintanarsi nel suo salotto infangato. Il quartiere di Isticcadeddu, alla periferia ovest della città, è ancora una volta il più colpito dal ciclone. Il rio Siligheddu, tranquillo e silenzioso fino a due giorni fa, ieri mattina ha ripreso le sembianze del mostro. L’acqua scura del fiume è uscita dagli argini ed è tornata a devastare vite, case e cantine. Sono decine le abitazioni visitate dalla violenza dell’acqua. Poco meno della scorsa volta, ma lo scenario non cambia. Davanti a una casa di via Gessi, la strada più devastata, c’è per esempio una famiglia con lo sguardo perso. Due anni fa l’acqua era arrivata quasi al soffitto, stavolta il livello è stato poco più basso. Ma il risultato è lo stesso. Tutto è andato perso. «Io non ce la faccio più – dice con un filo di voce Vincenza Pes, viso pallido e occhi lucidi, incurante della pioggia. Avevamo già perso tutto. Ora di nuovo, devo buttare ogni cosa come due anni fa. Non so più che fare. È inutile che puliscono i canali quando il fiume è ostruito dal ponte. Questo è il risultato». Il 18 novembre del 2013 lei fu salvata per un soffio dal figlio Massimiliano. E ieri ha vissuto nuovamente il peggiore dei suoi incubi, quello che in pochi minuti ti porta via tutto quanto.

Stessa sorte per una famiglia che abita poco più in là. Dentro casa si spala il fango e si scaccia l’acqua con le scope. I divani sono inzuppati, i mobili aperti e sporchi di marrone, una linea scura sul muro testimonia il livello dell’acqua. «Ecco, guardate. Avevamo ricostruito la nostra casa: i mobili, gli intonaci, l’illuminazione, le mura. Ora è tutto come prima – dice Antonello Mele, che è parte del comitato di quartiere –. Siamo riusciti a salvare soltanto le macchine, le abbiamo spostate prima della piena. Questa volta si poteva evitare. Come comitato lo abbiamo detto diecimila volte che quel ponte andava abbattuto, invece niente. Ha nuovamente fatto da diga».

Qui la gente è in preda a una rabbia che quasi supera la disperazione. Molte famiglie avevano da poco ricevuto gli assegni di risarcimento per l’alluvione del 2013. In linea di massima poche centinaia di euro, solo alcuni hanno superato quota mille. La gente di Isticcadeddu ora spala fango e ricompone per la seconda volta i propri cocci. Ma è nera di rabbia. Una collera che si avvertirà per un bel pezzo. (d.b.)

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