La Nuova Sardegna

L’EMERGENZA»I COMUNI IN RITARDO

di Silvia Sanna
L’EMERGENZA»I COMUNI IN RITARDO

SASSARI. Ci voleva una seconda alluvione, quella che pochi pensavano arrivasse, per suonare la sveglia. Dopo Cleopatra, dopo i morti del ciclone, numerosi sindaci avevano capito quanto è importante...

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SASSARI. Ci voleva una seconda alluvione, quella che pochi pensavano arrivasse, per suonare la sveglia. Dopo Cleopatra, dopo i morti del ciclone, numerosi sindaci avevano capito quanto è importante nelle situazioni d’emergenza sapere cosa fare. Subito, senza perdere minuti preziosi. Per questo avevano messo al lavoro gli uffici e dopo alcuni mesi i piani di protezione civile – rischio idraulico-idrogeologico e antincendi – erano finalmente pronti. Tante altre amministrazioni, invece, hanno rimandato il problema ancora una volta. Lo dicono i numeri: 197 Comuni sul totale di 377 non hanno approvato il piano contro il rischio idrogeologico, 117 non hanno ancora un piano antincendi completo. Significa che in circa la metà dei centri isolani non esiste una mappatura dei territori che evidenzi le situazioni di rischio e indichi che cosa fare in caso di emergenza: quali sono i siti più pericolosi, quali le aree sicure, dove radunare, in caso di necessità, la popolazione. Ora, dopo che il ciclone ha bussato per la seconda volta alle loro porte, i sindaci mettono il turbo.

Inizia la corsa. Quaranta, un’enormità. Sono le richieste presentate agli uffici della Protezione civile in questi giorni di massima allerta. Altrettanti sindaci ritardatari hanno chiesto cosa devono fare per confezionare subito i piani d’emergenza. L’hanno fatto in un momento delicatissimo, nelle ore in cui il ciclone Mediterraneo scaricava ettolitri d’acqua sull’isola. Le loro richieste sono state bene accolte. Domani inizieranno gli incontri, fa sapere Michele Chessa, funzionario della Protezione civile e responsabile del settore che gestisce le emergenze. «È importante che da parte di molti ci sia stata finalmente una presa di coscienza. Perché il solo coordinamento regionale, pur se fondamentale come è stato dimostrato in questi giorni, da solo non basta. I piani comunali sono importantissimi. Perché fanno la fotografia dei singoli territori, evidenziano i punti deboli e le situazioni di rischio. Mostrano quali possono essere le conseguenze di un’ondata di pioggia eccezionale, conseguenze che saranno diverse a seconda delle caratteristiche dei luoghi».

Le regole. Ci sono quelle generali, alcune delle quali sembrano scontate tanto ovvie. Ma non per tutti, soprattutto quando il panico annebbia la lucidità. Per esempio: non attraversare con l’auto strade allagate e tantomeno cercare di superare torrenti e fiumiciattoli in piena. E poi: abbandonare garage o piani seminterrati, cercare rifugio nei piani alti. Anche questo sembra scontato, ma non lo è in un’isola in cui tanti scantinati sono diventati appartamenti in cui abitare o da affittare, e hanno ricevuto persino il sigillo dell’abitabilità, revocato in tutta fretta e tra le polemiche poco dopo i 19 morti di Cleopatra. Le regole generali sono elencate nel vademecum inviato dalla Protezione civile ai Comuni alla vigilia del ciclone Mediterraneo. E poi c’è il Manuale operative delle allerte, approvato dalla giunta regionale il 29 dicembre scorso: «È il testo di riferimento al quale i Comuni devono adeguarsi – spiega Michele Chessa – e che le amministrazioni devono recepire nei propri Piani territoriali». Sono stabilite le procedure, c’è l’elenco dei soggetti coinvolti nella gestione delle emergenze e le funzioni attribuite a ciascuno: la prima regola per evitare sovrapposizioni e conseguente confusione. Poi ci sono le regole e la pianificazione di secondo livello, quelle cioè legate alla conformazione dei singoli territori. «Durante l’allerta rosso molti sindaci hanno deciso di chiudere le scuole in via precauzionale – aggiunge Chessa – altri invece non l’hanno fatto perché nei loro territori, sulla base degli studi e delle carte a disposizione, il rischio era molto più basso. Ma senza piani è impossibile saperlo». Senza gli strumenti, nella situazione di pericolo si rischia di muoversi alla cieca».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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