La Nuova Sardegna

Poetry Slam, versi che rendono liberi

di Grazia Brundu
Poetry Slam, versi che rendono liberi

Una pratica sempre più diffusa che arriva anche in Sardegna

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SASSARI. «Pare che il primo Poetry Slam se lo disputassero Omero ed Esiodo». Può essere, visto che, come si sa, la poesia nasce orale. È una questione di voce che passa da una bocca a un orecchio, anzi a tante orecchie riunite ad ascoltare. Fin dall’inizio la poesia ama la sfida: quella tra due o più poeti che gareggiano, servendosi di un testo e della propria presenza scenica, per conquistare il pubblico. O i potenti. Peccato che, secoli dopo, diventi un “vizio” da praticare in solitudine. La battuta sui due massimi poeti dell’antichità è di Sergio Garau, poeta, performer, coordinatore per la Sardegna della Lips (Lega italiana Poetry Slam), e rassicura sul fatto che la poesia “parlata” non è un dinosauro estinto, ma anzi ha grinta da vendere. Se nel Novecento c’erano, tra gli altri, la Beat Generation e i Futuristi, oggi ci sono gli Slammer e nei giorni scorsi hanno organizzando una tre giorni di sfide all’ultimo verso che si è aperta mercoledì 4 novemmbre a Sassari in via Turritana 52 (nello spazio omonimo), per proseguire il giorno dopo al centro sociale Pangea di Porto Torres e venerdì 6 a Cagliari all’Orange Cafè. I tre incontri, organizzati da altrettante associazioni che fanno capo al Poetry Slam Sardegna, oltre che al piacere della lettura in pubblico, erano finalizzati a selezionare i partecipanti alle finali regionali della prossima primavera. A Sergio Garau abbiamo chiesto come funziona il Poetry Slam.

Chi può partecipare a un Poetry Slam?

«Chiunque abbia voglia di leggere una sua poesia e sia disposto a farlo entro un tempo massimo di tre minuti, senza l'aiuto di musica o di oggetti scenici».

E chi decide qual è il miglior performer?

«La giuria è formata da cinque persone estratte a sorte tra il pubblico. Di solito, per imparzialità, si cerca di evitare che tra i giurati ci siano il miglior amico o il più acerrimo nemico di uno dei poeti, e non si tiene conto del voto più alto e di quello più basso, ma solo dei tre intermedi».

Non è “rischioso” affidare le decisioni a non esperti?

«Nella scena slam francese si dice che il migliore non vince mai, ma è solo relativamente vero: sono convinto che il pubblico non fa quasi mai scelte campate in aria. E poi, comunque, la competizione è solo un “trucco”. Lo scopo numero uno è dare un pubblico alla poesia».

La Lips ha in cantiere un disco.

«Sì, abbiamo lanciato un crowdfunding che sta andando molto bene per pubblicare “Slam it”, un'antologica di varie esperienze di spoken word (poesia parlata) e spoken music. Tra i nomi noti ci sono Lello Voce, il primo a portare lo Slam in Italia, Paolo Fresu e Frank Nemola, il trombettista di Vasco Rossi».

Ci sarà anche un campionato di Poetry Slam per studenti.

«Sì, a Monza in primavera. Nel frattempo le scuole, tra le quali il Liceo scientifico, quello classico e l'alberghiero di Sassari, saranno impegnate con laboratori propedeutici al campionato. Ma soprattutto finalizzati a far capire ai ragazzi che la poesia è uno strumento di cui si possono appropriare».

La poesia “classica” non rientra nei vostri interessi?

«Non è proprio così, anzi nel 2014 a Milano, al teatro dei Filodrammatici, c'è stato uno slam a tema dantesco.»

Tra l’altro, vinto proprio da lei. Si sentito un po’ Benigni?

«Non esattamente. Non si trattava di brani tratti da Dante, ma ispirati alla sua opera. E poi l’atteggiamento di Benigni è un po’ del genere: “Io adesso ti leggo la Divina Commedia e te la spiego”, mentre quello dello Slam è: “Tu potresti essere quello che scrive la nuova Divina Commedia”. Ambizioso ma efficace».

Com'è la scena sarda?

«È fatta di tante esperienze diverse. A partire dalle vincitrici degli anni scorsi, Lalla Careddu e Luana Farina, che hanno una formazione da scrittrice e da attrice. Poi Ignazio Chessa, con le sue invenzioni linguistiche; Alessandro Doro che si rifà alla tradizione delle filastrocche, Elio Satta, Andrea Doro, Roberta Cucciari, Roberto Demontis. Senza dimenticare il mitico segretario Giovanni Salis».

Cos'è una TAZ?

«Una Zona temporaneamente autonoma, una comunità che si ritrova per ascoltare persone che salgono sul palco senza avere alle spalle esperti di marketing, addetti alla cultura, editor che cambiano le parole».

Qual è stato il posto più strano finora dove ha letto una poesia?

«Parlava di Alice nel Paese delle Meraviglie che si infilava in un bancomat. L'ho letta nel caveau di una banca etica svizzera durante un workshop per i dirigenti».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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