I sovrani di casa Savoia, dominatori “a mala gana”
Pietro Soddu racconta i primi 60 anni del governo dei Piemontesi in Sardegna Tra storia e finzione dalla cessione ai sabaudi alla vigilia dei moti angioini
di LUCIANO MARROCU
Non è la prima volta che Pietro Soddu scrive di storia sarda. Mentre in «Il Regno e l’azzardo», raccontava attraverso quattro episodi la saga degli Arborea, con questo «A mala gana. I Piemontesi in Sardegna» (1720-1783) (Edes, 2015) fa un balzo in avanti, ripercorrendo i primi sessanta del governo dei Piemontesi, dal momento in cui l’isola passa ai duchi di Savoia, già re di Sicilia, fino alla vigilia della rivoluzione angioiana.
Necessario segnalare come Soddu si avvicini alla storia sarda con gli strumenti e la sensibilità di chi non soltanto ha letto tutto quello che c’era da leggere sull’argomento ma avendo alle spalle una lunga e complessa esperienza politica. Che lo ha visto dal 1976 sino al 1979 alla guida del governo regionale, quindi deputato per tre legislature e dal 1996 al 2001 presidente della Provincia di Sassari.
Lungo i sessant’anni raccontati dal libro, prendono la parola re, viceré, ministri, dignitari, uomini di governo, non sardi per la maggior parte ma anche sardi. Nei discorsi che Soddu mette loro in bocca sembra di poter cogliere un di più di considerazione delle difficoltà, e forse di quella sorta di sperdimento, che vengono fuori a volte nell’esercizio del governo. «Ma io non sono più quello di prima – così Vittorio Emanuele, comunicando al suo primo ministro l’intenzione di abdicare – ed è troppo per me anche ciò che un re deve fare in tempo di pace per i suoi sudditi, a cui deve garantire sicurezza, giustizia, rispetto e dignità».
Anche quando si tratta di personaggi storici, Soddu crea i suoi personaggi con gli strumenti della letteratura. Li reinventa, insomma, dando loro una umanità, un di più di realtà, che ben difficilmente raggiungerebbero se costruiti attraverso un uso rigorosamente filologico delle fonti.
Particolarmente vivo il ritratto del protagonista della stagione del riformismo sabaudo, Giovanni Battista Lorenzo Bogino, ministro del Regno per gli affari di Sardegna, rappresentato nel pieno della spinta che cerca di imprimere al cambiamento: «Dobbiamo affrontare prima di tutto – dice con trasporto – l’ostilità della nobiltà retriva e degli ecclesiastici più avidi che si preoccupano soltanto di conservare i vecchi privilegi, anche quelli cancellati da tempo in tutti i Territori di Terraferma».
Ancora più ottimista sulle possibilità del cambiamento Francesco Cetti, un gesuita chiamato a ricoprire la cattedra di matematica dell’Università di Sassari. «Mi avevano parlato di una Sardegna malsana, inospitale e selvaggia – scrive ad un’amico – ed invece ho trovato una terra salubre ed ariosa». Cetti è tra i più fermi difensori delle virtù dei sardi: «Sono qui da tre anni ed ho cominciato ad apprezzare la loro naturale disposizione alla lealtà e alla riconoscenza e il loro forte desiderio di vedere riconosciuto il diritto a ricoprire incarichi di responsabilità, ora quasi interamente nelle mani dei piemontesi».
Ci sono poi voci anonime e cori. Spunta, a volte, un «noi» desolato: «Noi che abbiamo sperato in tempi nuovi e creduto di non soffrire gli stessi mali, abbiamo invece paura che tutto peggiori». Altre volte, la stessa voce si apre al sogno e forse alla speranza: «Il cuore comincia a cantare, il sole e la luna portano molte promesse». Ma subito altre voci la contraddicono. Voci di donne, ad esempio, di un paese dell’interno dell’isola, dopo una bardana: «Questo è un luogo di morte, di miseria e di ingiustizia, un luogo senza legge e senza amore».
Difficile, così come è difficile nell’interpretazione storiografica, trovare una interpretazione lineare dei mali della Sardegna. Lo stesso anonimo funzionario sardo per i quale «da millenni i sardi subiscono gli avvenimenti e aspettano», chiede ai piemontesi di rispettare i sardi e di convincerli coi fatti di volerli liberare dall’arroganza dei feudatari. I piemontesi sono in Sardegna «a mala gana», per forza, così recita il titolo del libro, eppure Soddu sembra vedere nella loro azione di governo, tra alti e bassi, tra luce ed ombre, un spinta, magari contraddittoria, verso la modernizzazione. Anche se poi il processo di modernizzazione camminerà lungo le linee di un disperato ma non per questo meno significativo tentativo di liberarsi da sé dall’oppressione feudale. La narrazione si ferma al 1783 e la marcia di Giommaria Angioy è soltanto, per ora, un pensiero tenuto segreto: «Il cielo è di un blu intenso, tutto sembra vivere un tempo molto atteso dagli uomini e dalle donne che si abbracciano felici, sognando che il giorno della liberazione è vicino».
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