Quei terroristi reclutati sulla rete
La minaccia jihadista in Italia nella relazione dei Servizi: arruolati giovani competenti d’informatica
ROMA. Lupi solitari, cellule dormienti, propaganda e arruolamento via web. E capacità insondabile di finanziamento con sistemi quali i money transfer, con l’hawala e con corrieri di denaro. I servizi segreti italiani nei primi mesi di quest’anno hanno delineato le dimensioni della minaccia terroristica di matrice jihadista e allertato il Parlamento sulla crescita del radicalismo islamico in Italia. In particolare sulla sua pervasità “mimetica” in molti settori della società. I dati diffusi dal ministero degli Interni qualche settimana fa sono eloquenti: sono 87 i foreign fighters che hanno avuto a che fare con l’Italia (ma solo 6 con passaporto italiano); 55 gli islamici radicali espulsi nel 2015 e 147 gli arresti per terrorismo internazionale.
Nella relazione al Parlamento sulla politica dell’informazione per la sicurezza, si analizza la minaccia jihadista in Occidente e si accende un faro sul cosiddetto estremismo homegrown. Vale a dire il bacino di reclutamento per aspiranti combattenti riferibili sia a cellule autonome che a nuclei e persone collegate alle organizzazioni terroristiche in Siria e Iraq. Esiste un’area di reclutamento e consenso verso la lotta armata che «riflette - si legge nella relazione - processi di radicalizzazione individuali e invisibili».
I nostri apparati di sicurezza ritengono che la nascita e la crescita dell’Is, quale erede della filiale irachena di Al Qaeda, abbia «incarnato un paradigma di espansione nuovo e pervasivo, che ha visto il terrorismo cercare di “farsi Stato” e coniugare all’offensiva di tipo asimmetrico un confronto militare condotto con l’impiego di un esercito “regolare” e di un armamento pesante finalizzato alla conquista e al controllo del territorio». Inoltre pesa la chiamata alle armi dei musulmani che risiedono in Occidente per farsi strumento del terrore. Nel numero del 24 dicembre dello scorso anno della rivista Inspire, patinato magazine di Al Qaeda, si incitano i musulmani nei paesi europei all’azione. Appello ripreso da Dabiq, periodico ufficiale dell’Is che si rivolge ai “lupi solitari” in Europa.
I servizi mettono in guardia da «attivazione e scie emulative da parte di soggetti più permeabili al messaggio radicale». In questo ambito si è incanalato il massiccio afflusso di combattenti verso Siria e Iraq. Si tratta dei cosiddetti foreign fighters. Tra questi non meno di cinquecento provengono dalla regione balcanica «dove operano diverse e strutturate filiere di instradamento dei volontari».
Questi terroristi di matrice europea, non pochi dei quali rientrati e resisi protagonisti di attentati e massacri (quelli in azione a Parigi erano stati addestrati a Raqqa) «presentano il profilo tatticamente più pagante grazie a: elevata capacità di mimetizzazione; facilità di spostamento all’interno dello spazio Schengen; utili contatti di base in Europa che possano fungere da trait union con i gruppi armati attivi nelle aree di crisi». L’Italia è un bersaglio. Ma anche un luogo dove i foreign fighter “ripiegano” e scompaiono. In Italia, come altrove, si moltiplicano i segnali di «cooptazione ideologica di aspiranti mujahidin incoraggiati a raggiungere in massa, famiglie al seguito, la “nuova Patria” per contribuire all’opera di state building».
Chi sono dunque questi jihadisti? I Servizi li descrivono come molto giovani, spesso con scarse conoscenze sul piano dottrinale ma ben informati sulla pubblicistica d’area e con ottime competenze informatiche. Il web appare strumento decisivo dove si mescolano propaganda, comunicazione e dove si forgia un livello comunitario di appartenenza. I foreign fighter utilizzano moltissimo i social network «per spronare i connazionali correligionari, alimentano un’informazione parallela ai comunicati “ufficiali” dei gruppi armati». In questo «magmatico universo della messaggistica» si muovono i centri di reclutamento per aspiranti jihadisti «in grado di intercettare la domanda di estremisti homegrown che, insoddisfatti da un impegno esclusivamente virtuale e del ruolo di meri divulgatori, aspirino a trasferirsi nel teatro siro-iracheno». La crescente presenza di immigrati di religione musulmana garantisce una potenziale massa di manovra, reclutamento, indottrinamento. Gli imam estremisti in Italia sono sotto osservazione. Costoro, «stanziali o itineranti» sono «latori di messaggi istigatori, se non veri e propri reclutatori». La minaccia terroristica è sempre presente. L’Italia è «potenziale obiettivo di attacchi pure per la sua valenza simbolica di epicentro della cristianità evocata, di fatto, nei reiterati richiami alla conquista di Roma presenti nella propaganda jihadista».
La questione del finanziamento resta fondamentale. Quelli ufficiali garantiti da stati tramite prestanome di businessmen (si intendono Arabia Saudita, Kuwait e, specialmente, Qatar) sarebbero in calo. I flussi di denaro arrivano anche attraverso un maggior ricorso all’autofinanziamento. Nel 2014 ha assunto grande importanza la possibilità di ricorrere «all’utilizzo strumentale di soggetti giuridici a vocazione caritatevole o ad altre attività economiche legali»; l’utilizzo di forme di propaganda antioccidentale via web con l’obiettivo di raccogliere fondi e contributi dalle comunità musulmane; la crescita di attività criminali su vasta gamma. L’autofinanziamento avviene anche col traffico di droga, furti e rapine, sequestri di persona, estorsioni, falsificazioni di documenti e valuta, frodi finanziarie e furti.
Non è facile individuare i movimenti di denaro e intercettarli. Che avviene tramite l’hawala, (sistema bancario parallelo e informale che si basa sull’impegno preso sulla parola, avvalendosi di intermediari e che non lascia traccia) e con le movimentazioni transfrontaliere di fondi compresi i pagamenti internazionali effettuati «nell’ambito delle attività economiche esercitate in Italia da cittadini stranieri». Utilizzati anche i money transfer regolarmente autorizzati.
Un capitolo a parte riguarda il cyberjihad utilizzato per proselitismo, radicalizzazione, arruolamento, addestramento e autofinanziamento. Oltre che per la pianificazione operativa di azioni violente. Non è facile individuare quanti vi operano e, per questo, la rete è diventato lo strumento ideale per lo svolgimento di attività terroristiche. Vengono usate soluzioni crittografiche. L’Is ha infatti un sito web (Asrar al Ghurabaa project) per garantire la possibilità di «comunicare in modalità sicura attraverso l’impiego della crittografia».
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