LA SICUREZZA E LA VITA TRAVOLTA
di BRUNO MANFELLOTTO Venerdì mattina, Roma. La bambina, zaino in spalla, fissa i due giovanissimi militari che, imbracciato il fucile automatico, presidiano l’ingresso della stazione della...
di BRUNO MANFELLOTTO
Venerdì mattina, Roma. La bambina, zaino in spalla, fissa i due giovanissimi militari che, imbracciato il fucile automatico, presidiano l’ingresso della stazione della metropolitana: solo due giorni prima non c’erano, lì non li aveva mai visti; volge un rapido sguardo d’intesa verso la madre che le sta accanto e che glielo ricambia in silenzio, e poi riprende il cammino verso la scuola. Non è un giorno come gli altri, è passata appena una settimana dal massacro del Bataclan e solo poche ore fa si è concluso il blitz di Saint Denis. Ma tra mamma e figlia non c’è bisogno di parlare, basta un cenno, perché entrambe sono ben consapevoli della realtà, quella che tv e giornali rimandano senza sosta da giorni: tutto è già cambiato nella vita di ogni giorno. E cambierà ancora, perché non è finita, e nessuno può dire quando finirà.
Il terrore, l’arma più potente di cui dispongono i seguaci del Daesh, il neonato Stato islamico, ha ormai raggiunto tutti i paesi d’Europa, l’allarme è scattato. Oltre che in Francia e in Belgio, dove è stata annullata una partita di calcio della nazionale, misure di prevenzione sono state adottate in Germania, dove è bastata una voce incontrollata a far sgomberare uno stadio in pochi minuti; in Svezia i servizi di sicurezza hanno elevato il livello di rischio al quarto gradino di una scala di cinque; all’aeroporto di Copenaghen vige il codice rosso; a Londra, dove solo nell’ultimo anno sono stati sventati sei grandi attentati, dopo l’ultimo arresto di quattro terroristi è stato dichiarato lo stato di massima allerta: si temono attentati con l’uso di gas e armi chimiche.
E l’Italia? Secondo sondaggi curati da Nicola Piepoli per “la Stampa” e da Ilvo Diamanti per “Repubblica”, quasi la metà degli italiani intervistati sono convinti che sarà proprio il Bel Paese il prossimo obiettivo della jihad, magari perché tra poche settimane comincia il Giubileo che potrebbe portare a Roma 25 milioni di pellegrini, più di due milioni al mese; però la grande maggioranza pensa che sia opportuno evitare chiese, stazioni, aeroporti, insomma i luoghi più affollati e frequentati; e quasi la metà degli intervistati si dicono convinti che le nostre abitudini di vita cambieranno, inesorabilmente e drasticamente. Del resto già si inseguono i falsi allarmi che mutano la nostra giornata: giovedì a Roma la metro è stata fermata tre volte, a Milano è stata evacuata la stazione Duomo. Qualora ce ne fosse stato ancora bisogno, insomma, i sondaggi ci confermano che gli attacchi multipli di Parigi sono riusciti lì dove non erano arrivati gli attentati-avvisaglia di Madrid (ai treni, 2004), Londra (metropolitana, 2005) e Parigi (Charlie Hebdo, gennaio 2015), rapidamente dimenticati o rimossi: siamo in guerra, ora è chiaro.
Adesso è chiaro anche che per seminare il panico i terroristi puntano a colpirci in quanto cittadini, travolgendo atti e comportamenti della nostra vita quotidiana. Che quindi d’ora in poi ne risulterà violata, sconvolta, condizionata. Insomma, potremmo essere presto costretti a pesanti sacrifici, che dovrebbero avere come contropartita una maggiore sicurezza. Anche a costi molto alti. Per esempio, paradosso dei paradossi, per organizzare e compiere gesti di sangue e di morte i terroristi si servono dello strumento che noi consideriamo uno dei simboli della nostra libertà: la rete.
E dunque è qui che gli uomini dell’intelligence, novelli Assange, si preparano a intervenire per intercettare, scoprire, svelare. Con leggi speciali e margini di intervento finora impensabili. Per preservare libertà e democrazia, dunque, dobbiamo rischiare di limitare spazi di democrazia. È una contraddizione evidente che però non è possibile sanare girandoci attorno con ambiguità e ipocrisie. Perché è proprio in queste faglie di dubbio che si insinua la subdola manovra terrorista. Alla quale si deve opporre il nostro personale senso di responsabilità.
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