Una storia delle classi dirigenti in Sardegna

Nel saggio dello storico Salvatore Mura l’avvio della modernizzazione nel decennio dal 1959 al 1969

SASSARI. Sarebbe bene, giusto e salutare» imporre ai consiglieri regionali (assessori pro tempore compresi) la lettura del libro «Pianificare la modernizzazione» dello storico Salvatore Mura dell'Università di Sassari. Perché queste 280 pagine – lungi dal raccontare età dell’oro che la Sardegna non ha mai conosciuto – fanno capire con dati di fatto, aborrendo dal qualunquismo politico, quale ruolo abbia avuto la classe dirigente nel ventennio successivo al dopoguerra. Periodo che per alcuni residenti fra i nuraghi è stato la causa di tutte le disgrazie, da Porto Torres a Macchiareddu, e che invece – è la tesi di chi scrive questo commento – ha proiettato la Sardegna verso la «modernizzazione» dell’«Eppur si muove» di Gianfranco Bottazzi. Perché l'industrializzazione – dopo la sconfitta della malaria – è stato il fatto più rivoluzionario nella storia sarda moderna: è solo mancata la capacità di gestire in fieri i processi che avevano portato fatturati e buste paga dove regnavano baratto e disoccupazione. Anni durante i quali si discuteva dei fondamentali dell'agire politico, si pensava all’uscita dall’economia agrosilvopastorale. Anni di assemblee popolari che creavano – anche esagerando – il «mito della fabbrica». Paolo Dettori parlava allora in Consiglio regionale di «diritto allo studio»: mai avrebbe blaterato di «dimensionamento scolastico» come usa oggi nella giunta dei professori universitari. Di quell'epoca – lo sottolinea Francesco Soddu in prefazione al libro di Mura – era mancata «un'indagine profonda e ha prevalso la ripetizione della tesi dominante del fallimento della Rinascita, comprovata anche dalla crisi che attraversa oggi l'isola». Università assenti o quasi. I giornali sardi, con poche eccezioni, più o meno voce del padrone. Dopo mezzo secolo di silenzi, questo lavoro copre oggi colpevoli omissioni.

Mura – raccontando anche la patologica lottizzazione politica degli enti, campagne elettorali ed elezioni, radiografando il 1964 «anno del disincanto» – ha spulciato gli atti del Consiglio regionale, ha letto giornali isolani e nazionali ed è arrivato a conclusioni diverse dalla vulgata negazionistica della metamorfosi isolana. Lo ha fatto da storico puro, di vaglia, senza peraltro creare idoli. Racconta l'azione di Francesco Deriu (primo assessore alla Rinascita), di Efisio Corrias (primo presidente apripista di governi di centrosinistra in un’Italia e in una Sardegna dominate dalla Balena Bianca sdraiata a destra), di un Pietro Soddu che invocava «la visione d'insieme» anche se aveva dovuto «sacrificare la rapidità delle decisioni a favore di una maggiore condivisione». Ma la politica non è dialogo? È per caso il diktat dell'uomo solo al comando? No. Mura rimarca il ruolo della rivoluzione dei «Giovani turchi» a Sassari con Soddu e Dettori, la successiva azione dei «Giamburrasca» nuoresi. Ma – Corrias escluso – si imponevano sulla dirigenza cagliaritana, untuosa e levantina, propensa più al piccolo cabotaggio che al disegno progettuale che animava sassaresi e nuoresi.

È quella la stagione in cui «la Sardegna passò da un'epoca caparbiamente legata alla terra ad un'altra epoca, che avrebbe avvicinato lo standard di vita dei sardi a quello degli abitanti della penisola (senza però mai colmare pienamente il divario iniziale)». Mura – quasi una monade – «scavando nella documentazione archivistica, la lettura critica della storiografia, contestualizzando gli avvenimenti», giunge a conclusioni diverse rispetto a quelle abituali. La classe politica anni '50-'60 aveva un progetto che oggi – slogan anglofoni esclusi – non c'è. Non ci sono partiti. Solo a fine degli anni '90 c'era stata una visione (in alcuni imprenditori e in due o tre politici) nella ricerca scientifica e nella rivoluzione informatica. Poi il vuoto assoluto. Oggi il nulla. La Carlo Felice da vent’anni icona della Sardegna incompiuta. Della Sardegna che non si muove più. Senza progetto.

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