La Nuova Sardegna

Storie del Novecento tra Gallura e Germania

di Walter Porcedda

Al Teatro Massimo la prima nazionale della “Fisarmonica verde” con Andrea Satta dei Têtes de Bois e Ulderico Pesce

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CAGLIARI. Storie di eroi normali. Di un sardo normale, Gavino S. di L. paese gallurese, vicino Sassari. Uomo che ha attraversato gran parte del Novecento in guerra. Privo di pulsioni bellicose finì soldato e, suo malgrado, ad attraversare l’Europa in fiamme, dalla Grecia alla Germania per essere rinchiuso in un campo di concentramento. Storie dell’altro secolo che riverberano sul nostro incerto e agitato presente proiettando le ombre lunghe e nere di un passato che potrebbe tornare.

Storie anche, di padri e figli, di identità opache e vicende misteriose che riemergono tra le righe di un foglio ingiallito, vecchi dischi degli anni quaranta, un cappottone militare russo e il ricordo di una fisarmonica verde. Come è il titolo dello spettacolo di accenti forti coprodotto da Centro Mediterraneo e Sardegna teatro andato in scena lunedì al Massimo in prima nazionale .

Sulla scena un teatrante di razza come Ulderico Pesce, autore anche della regia (con Angelo Pelini al piano) e un emozionato Andrea Satta, scrittore, cantante e leader dei Tetes de Bois qui attore, nei panni di se stesso. Sardo figlio di sardi. A raccontare la storia del padre (e la sua) in un incalzante corpo a corpo con le emozioni e i ricordi personali. A rivedere se stesso e la sua vita nello specchio deformante della Storia. Ricerca e scava riannodando fili che lo riconducono al padre giovane e alla sua terra.

L’isola dei nonni, l’aspra e intrigante Gallura da dove un giorno Gavino padre partì perchè doveva servire la Patria. E’ un continuo affastellarsi di ricordi e feedback, in cui progressivamente vengono a nudo intrecci ed episodi che svelano i contorni di una figura straordinaria. C’è l’incontro con il partigiano greco che a Gavino, comandante di battaglione, chiede il permesso di andare a vedere la madre morente. Sarà lo stesso Gavino a farsi garante della sua incolumità accompagnandolo. Ma è dalla lettera di denuncia all’autorità americana in Germania, firmata da Gavino S. e altri soldati internati nel campo di Lendegenfeld che emergerà una atroce vicenda. E’ il ”Je accuse” di una strage commessa da Joseph Hartman comandante di quel campo che il 14 aprile del 1945 rinchiuse in una baracca un centinaio di internati politici facendo poi appiccare il fuoco e uccidendo a colpi di pistola chi tentava di salvarsi.

Quell’Hartmann a guerra finita fu rintracciato per caso proprio da Gavino in una panchina nel centro di una cittadina tedesca. Catturato e consegnato alle autorità affinchè venisse processato e pagasse per i suoi delitti.

Nessuna vendetta barbaricina, niente “occhio per occhio”. Ma il gesto di chi vuole voltare pagina e, credendo nella giustizia, chiudere per sempre con la guerra. Una lezione importante da meditare. E non solo per il figlio Andrea.

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