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Quell’estate ad Arbatax, star del festival Rocce Rosse

Quell’estate ad Arbatax, star del festival Rocce Rosse

In quei giorni la Sardegna in ansia attendeva la fine del sequestro di Silvia Melis In volo in elicottero da Olbia per un live impeccabile davanti a migliaia di fan

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CAGLIARI. Il giorno che David Bowie sbarcò in Sardegna era di luglio. Una calda, umida sera d’estate agli Scogli Rossi, l’ampia spianata davanti al mare color blu cobalto di Arbatax. Il Duca Bianco, ospite del festival “Rocce Rosse e Blues” approdava nell’isola per tenere uno dei quattro concerti programmati in Italia per il suo “Earthling tour” del 1997, l’album che guardava ai ritmi jungle. Bowie capitò nel mezzo di una delle pagine più drammatiche della storia della criminalità in Sardegna, quella del sequestro della giovane madre Silvia Melis.

Proprio nelle ore che precedevano l’esibizione del cantante inglese si era sparsa la voce di una imminente liberazione dell’ostaggio. Le strade che conducevano a Tortolì brulicavano di forze dell’ordine e un elicottero volteggiava continuamente nel cielo. Un’aria pesante insomma che per una sera fu in qualche modo esorcizzata dai cinquemila fans giunti in quell’angolo d’Ogliastra da tutta l’Isola. L’occasione era unica. Un concerto inserito in un cartellone da urlo. Oltre a Bowie agli Scogli Rossi erano attesi in quei giorni anche i live di James Brown e Wilson Pickett, BB King ed Eric Clapton con la formazione all star dei Legend (tra cui Steve Gadd, David Samborn e Marcus Miller).

David Bowie atterrò dal cielo a bordo di un elicottero con la sua band, provenendo da Olbia dove alloggiavano in un albergo a cinque stelle. Fu proprio David Bowie ad inaugurare quella incredibile edizione popolata di star. Davanti a quei galvanizzati ed estasiati cinquemila fans tenne un impeccabile concerto.

Ad aprire il lungo set durato due ore fu “Quicksand”, ballata acustica tratta dal disco “Hunky Dory” del 1971. Bowie si presentò sul palco elegantissimo, abbigliato in una tunica bianca e una fascia nera all’altezza della vita. E fa salire immediatamente la temperatura del live con la travolgente “All the Young Dudes” brano leggendario dell’epoca glam. A ruota arriva il pezzo più significativo dell’album “Aladdin Sane”, cioè “The Jean Genie”, probabilmente dedicato al poeta Genet.

Sul palco a macinare musica e ritmi di un set esaltante c’erano Reeves Gabrels, alla chitarra, Mick Garson al piano e tastiere e Gail Ann Dorsey, basso e voci e Zachary Alford alla batteria e alle percussioni. Un pool di musicisti che contribuì a rendere indimenticabile quella notte. Ricca la playlist: A “The Jean Genie” seguirono: “Dead Man Walking”, “I’m afraid of Americans”, “Battle for Britain”, la cover “White Light/White Heat” dei Velvet Uderground, “Fashion”, “Seven Years Tibet”, “Fame”, “Looking for Satellites”, “Under pressure” dei Queen, “Stay”, Scary Monsters”, “Hallo Spaceboy”, “Little Wonder”. E ancora “Outside”, “The Hearts Filthy Lesson”, “O Superman” (Laurie Anderson) e “Strangers when we meet”. (w.p.)

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