«Una commedia in salsa sarda»
Giovanni Floris parla del suo nuovo libro, il romanzo “La prima regola degli Shardana”
di GIACOMO MAMELI
Chissà quanto avrebbe goduto Giovanni Lilliu nel leggere un libro Feltrinelli con «guerrieri sardi, grandi navigatori, pirati» raccontati da un giornalista che ha scarpinato sotto il Gennargentu e l’Ortobene e il costume da nuotatore, prima che nel biondo Tevere, l’'aveva bagnato a Cala Gonone e Pittulongu. Lilliu, accademico dei Lincei, Sardus Pater dell'archeologia sarda, tifoso rossoblu, si sarebbe letto d’un fiato «La prima regola degli Shardana» e avrebbe ringraziato l'autore, Giovanni Floris, cittadino onorario di Nuoro nato e residente a Roma da padre sardissimo (Bachisio, autore di «Nuoro Forever» e «Tre ore») e da mamma toscana (Annamaria Pedaccini, scrittrice affermata dopo aver passato una vita a insegnare Catullo e Tucidide).
Floris, 48 anni, principe dei talk show politici prima alla Rai e ora su la7, non vede sardi queruli, li tratteggia eroi civili come li voleva Lilliu. Propone ora un nuovo libro dopo i successi di «Risiko» e «Mal di merito», del «Confine di Bonetti» e di «Zona retrocessione». E di calcio si parla molto in «La prima regola degli Shardana» (Feltrinelli, 335 pagine, 18,00 euro), da oggi in libreria. Ma nessuno creda che lo stadio da demolire sia il sant’Elia di Cagliari. Ognuno leggerà storie e protagonisti in un paese ideale chiamato Prantixedda Inferru che da oggi diventa il Comune numero 378 della Regione Autonoma Quattro Mori.
Perché questo libro ambientato in Sardegna?
"Avevo in mente una commedia su un gruppo di quasi - cinquantenni coinvolti in un'avventura piuttosto pericolosa, che li spaventa ma li attrae. L'idea all'editore era piaciuta molto, ma la mia amica editor ha detto: “L'idea è bella, però si deve svolgere in Sardegna. La devi raccontare come la racconti a noi quando ne parli”. Spero di averlo fatto. Non so se emergerà un ritratto originale dell'isola. Di certo “Nella prima regola degli Shardana” c'è molta Sardegna che vedo io».
«Non è un atollo», scrive nel libro
«Già. Non c'è solo il mare».
Una breve di cronaca sulla trama?
«Siamo a Prantixedda Inferru, in Ogliastra, dove infuoca un'estate da 45 gradi all'ombra (ma senza l’ombra). Tre protagonisti: il giornalista famoso Giuseppe, l'imprenditore fallito Raffaele e l'avvocato improbabile Sandro. Vivono a Roma, uno di loro ha radici sarde. Obiettivo: riformare la squadra di calcio del luogo e vincere la Coppa Sarda. I problemi non mancheranno: il sindaco e un milionario vogliono far fallire la squadra per poter mettere le mani sul terreno dello stadio, per poi piazzarci sopra un ripetitore, inoltre qualcuno sembra aver venduto l'intero torneo. Si dovranno dare parecchio da fare, chiedendo aiuto a chi non avrebbero mai pensato e allontanando chi li avrebbe dovuti aiutare. In mezzo a tutto ciò, la loro vita, i loro amori, i loro sogni e le loro disillusioni».
Feltrinelli presenta il libro come «una nuova declinazione della commedia all’italiana: la commedia alla sarda».
«Bella definizione. Mi piacerebbe che lo fosse davvero. I protagonisti girano tutta l'isola: Cagliari, Nuoro, Olbia, Oliena, Gonone, San Teodoro, Arbatax. Corrono alla ricerca di una squadra. Mi farebbe piacere se i lettori trovassero in queste pagine un po’ dell'Italia di oggi. Come nelle belle commedie».
Ci sono i politici sfuggenti, gli imprenditori falliti e quelli miliardari, i giornalisti stanchi di intervistare politici. Libro autobiografico?
«Non sono un romanziere di professione, devo raccontare il mondo che vedo, quello che conosco. Ma al di là dei personaggi spero di aver raccontato parte della realtà degli uomini e delle donne che vanno verso i cinquant'anni. Prendiamo Giuseppe, Sandro e Raffaele: tre amici del liceo. Se fosse per loro il mondo sarebbe fermo a quando avevano diciott'anni. Ma la vita non si ferma: ha portato qualcuno al successo, qualcuno all'insuccesso, qualcuno in un limbo di sospensione. Qualcuno ha messo su una bella famiglia, qualcuno si separa. L’avventura in Sardegna darà a tutti l’opportunità di risintonizzarsi con la propria età, e di scoprire molte cose su di sé e sui propri amici».
Il calcio è fra le sue passioni, dalla partitelle giocate da bambino a Cala Gonone al mito Gigi Riva.
«Quando giocava Riva ero troppo piccolo per apprezzare il calcio come ho fatto poi. Lo ricordo nei racconti di mio padre. Nel libro compare un mito più a portata di mano. Franco Selvaggi».
Il centravanti del Cagliari anni Ottanta?
«Proprio lui. Una persona squisita. Non lo conoscevo, gli ho telefonato e lo ho avvertito: “Lei sarà in un romanzo che uscirà a fine gennaio”».
E lui?
«È stato molto gentile e spiritoso. Si è messo a ridere, aspetto di avere il suo giudizio».
Il calcio oggi è anche politica, forse malapolitica. Vede una redenzione prossima ventura?
«Il calcio resisterà. Fa parte del mondo di ognuno di noi, che non cambia per le male intenzioni di chi lo gestisce».
«La prima regola degli Shardana» racconta anche il rapporto che ognuno di noi ha con il successo (o l’insuccesso) sul lavoro.
«Penso sia un tema che accompagna le persone della mia età. O forse sbaglio, ed è solo perché da poco ho lasciato la Rai per andare a la7. Avevo paura, all'inizio sembrava le cose non girassero, abbiamo lavorato sodo e adesso abbiamo la soddisfazione di gestire una trasmissione di successo. Quando sei ragazzo le cose cambiano e non te ne accorgi. Quando cambiano alla mia età, ogni pelo d’erba che si muove sembra un terremoto».
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