La petizione sul web: trasferitelo

Appello lanciato da Pier Franco Devias. Sedda (PdS): la vera predatrice è l’Italia

CAGLIARI. La piattaforma è la stessa che di solito viene utilizzata per gli appelli. Come quello rimasto inascoltato da Ryanair per restare in Sardegna o quello lanciato da Maria Grazia Cucinotta per salvare la regina del bisso Chiara Vigo. Ma questa volta l’oggetto della petizione su change.org più che un appello è un ordine di sfratto. La raccolta firme, infatti, è finalizzata al trasferimento dalla Sardegna del procuratore generale di Cagliari Roberto Saieva per le sue parole sulla mentalità barbaricina. Una raccolta di firme virtuali che ieri sera aveva superato quota 650 adesioni. A farsene promotore è stato Pier Franco Devias, esponente della sinistra indipendentista, già candidato nel 2014 alla presidenza del Regione, il primo su Facebook a mettere l’accento sulla frase del magistrato. «Chiediamo il trasferimento del procuratore generale a seguito delle sue dichiarazioni fatte in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario – recita la petizione online –. In esse si asserisce l'esistenza di un presunto "istinto predatorio tipico della mentalità barbaricina" e altri riferimenti a presunte connotazioni criminali della cultura sarda come quella che vuole l'omicidio volontario come caratteristica della cultura degli ambienti agro-pastorali. Una persona con simili evidenti pregiudizi nei confronti dei sardi non può svolgere in maniera indipendente ed equilibrata l'amministrazione della giustizia in Sardegna e perciò i seguenti cittadini ne chiedono il trasferimento immediato al di fuori dell'isola».

Le parole di Saieva non hanno lasciato indifferente la politica. Prima Emilio Usula, consigliere regionale dei Rossomori, le aveva definite «inaccettabili» durante la seduta nell’aula di via Roma. Ieri è stato il turno di Franciscu Sedda, segretario del Partito dei sardi. «Un altissimo funzionario dello Stato italiano in Sardegna si è lasciato andare ad affermazioni di stampo positivistico (non positivo) nei confronti dei sardi – afferma Sedda –. Frasi forse senza malizia, o forse mosse dalla inconscia nostalgia canaglia per i bei tempi di Bechi, Niceforo e Lombroso, quando i "problemi" in Sardegna si risolvevano mandando l'esercito italiano a fare caccia grossa». Sedda sottolinea come nello stesso giorno, la Sardegna abbia chiuso «con l'arte della legge e della negoziazione una vertenza durata anni, una vertenza nata dall'ammissione da parte dello Stato italiano di un'ingiusta e ripetuta appropriazione dei soldi dei sardi da parte dell'Italia. Nello scontro fra una presunta antropologia sarda e una sicura, reiterata e istituzionalizzata appropriazione indebita italiana – spiega il leader del Partito dei sardi – verrebbe da chiedersi da che parte stia il famigerato istinto predatorio. Chissà. Intanto, tra vedere e non vedere noi sardi ci siamo civilmente fatti giustizia, affermando democraticamente la nostra sovranità di popolo e il nostro diritto a gestire e far crescere la nostra prosperità. Sempre più consapevoli che essere diversi - di nazioni diverse - non è un dato della storia genetica ma un prodotto del presente politico».

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